mercoledì 28 ottobre 2015

Gli uomini sono tutti uguali


«Gli uomini sono tutti uguali per natura e diversi soltanto nei loro elementi accidentali. I diritti a loro derivanti dal semplice fatto di essere uomini sono uguali per tutti: diritto alla vita, all’onore, a condizioni di esistenza sufficienti, dunque, al lavoro e alla proprietà, alla costituzione d’una famiglia e soprattutto alla conoscenza e alla pratica della vera religione. E le disuguaglianze che attentano a questi diritti sono contrarie all’ordine della Provvidenza.

Però, entro questi limiti, le disuguaglianze derivanti da elementi accidentali come la virtù, il talento, la bellezza, la forza, la famiglia, la tradizione, e così via, sono giuste e conformi all’ordine dell’universo».


(Plinio Correa de Oliveira)

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mercoledì 21 ottobre 2015

Perché?


«Prendiamo per esempio la dottrina cattolica della carità. È da questa che nel Medioevo sorse, per sopravvivere sino ad oggi, tutto l’insieme delle assistenze sociali, quelle in favore dei poveri, le ospedaliere e tutte le altre. In una maniera o nell’altra esse continuano, benché fuori del corpo cattolico abbiano da un lato degenerato nel sentimentalismo e dall’altro in un turbine di stravaganze egualitarie.

Ma per quanto attualmente ancora presenti, queste deformazioni della verità cattolica non potranno sopravvivere perché non possono rispondere alla domanda: “Perché?”.

Perché dunque si dovrebbe usare la carità verso i vicini?

Perché ci si dovrebbe sobbarcare il peso sociale e personale di assistere i malati prestando loro particolari cure e risparmiando ogni possibile sofferenza anche ai più poveri?».


Hilaire Belloc, Sopravvivenze e sopravvenienze (Survivals and new arrivals), Edizioni di presenza, Roma, 1947, pag. 192

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venerdì 16 ottobre 2015

Il punto di riferimento


L'idea che il sacerdote stia di fronte alla comunità risale senza dubbio a Martin Lutero. […] Prima di Lutero l'idea che il sacerdote quando celebra la messa stia di fronte alla comunità non si trova in nessun testo letterario, né è possibile utilizzare per suffragarla i risultati della ricerca archeologica. […].

Dal punto di vista cattolico, invero, carattere sacrificale e conviviale della messa non sono mai stati in contrasto. Cena e sacrificio sono due elementi della medesima celebrazione. Certo col mutare dei tempi non sempre essi sono stati espressi con pari forza […].

Se al giorno d'oggi si desidera dare un rilievo maggiore al carattere di convito della celebrazione eucaristica, va detto che nella celebrazione versus populum questo non è che appaia con la forza che spesso si crede e si vorrebbe. Infatti soltanto il “presidente” della cena sta effettivamente al tavolo, mentre tutti gli altri convitati siedono giù nella navata, nei posti destinati agli “spettatori”, senza poter avere alcun rapporto diretto col tavolo della Cena.

Il modo migliore per rivendicare il carattere sacrificale della messa è dato dall'atto di volgersi tutti insieme col sacerdote (verso oriente, vale a dire) nella medesima direzione durante la preghiera eucaristica, nel corso della quale viene offerto realmente il santo sacrificio. Il carattere conviviale potrebbe essere invece sottolineato maggiormente nel rito della comunione […].

Secondo la concezione cattolica la messa è ben di più di una comunità riunita per la cena in memoria di Gesù di Nazareth: ciò che è determinante non è realizzare l'esperienza comunitaria, sebbene anche questa non sia da trascurare (cfr. 1Cor 10,17), ma è invece il culto che la comunità rende a Dio.

Il punto di riferimento deve essere sempre Dio e non l'uomo, e per questa ragione fin dalle origini nella preghiera cristiana tutti si rivolgono verso di Lui, sacerdote e comunità non possono stare di fronte.

Da tutto ciò dobbiamo trarre le dovute conseguenze: la celebrazione versus populum va considerata per quello che in realtà è, una novità, una invenzione di Martin Lutero.


Mons. Klaus Gamber, “Instaurare omnia in Christo”, 2/1990

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venerdì 9 ottobre 2015

Vi ricorderà tutto


«La conoscenza di noi stessi è possibile solo quando partecipiamo a una memoria più grande».

La trasmissione della fede, che brilla per tutti gli uomini di tutti i luoghi, passa anche attraverso l’asse del tempo, di generazione in generazione. Poiché la fede nasce da un incontro che accade nella storia e illumina il nostro cammino nel tempo, essa si deve trasmettere lungo i secoli. È attraverso una catena ininterrotta di testimonianze che arriva a noi il volto di Gesù.

Come è possibile questo? Come essere sicuri di attingere al “vero Gesù”, attraverso i secoli?

Se l’uomo fosse un individuo isolato, se volessimo partire soltanto dall’“io” individuale, che vuole trovare in sé la sicurezza della sua conoscenza, questa certezza sarebbe impossibile. Non posso vedere da me stesso quello che è accaduto in un’epoca così distante da me. Non è questo, tuttavia, l’unico modo in cui l’uomo conosce.

La persona vive sempre in relazione. Viene da altri, appartiene ad altri, la sua vita si fa più grande nell’incontro con altri. E anche la propria conoscenza, la stessa coscienza di sé, è di tipo relazionale, ed è legata ad altri che ci hanno preceduto: in primo luogo i nostri genitori, che ci hanno dato la vita e il nome. Il linguaggio stesso, le parole con cui interpretiamo la nostra vita e la nostra realtà, ci arriva attraverso altri, preservato nella memoria viva di altri.

La conoscenza di noi stessi è possibile solo quando partecipiamo a una memoria più grande. Avviene così anche nella fede, che porta a pienezza il modo umano di comprendere.

Il passato della fede, quell’atto di amore di Gesù che ha generato nel mondo una nuova vita, ci arriva nella memoria di altri, dei testimoni, conservato vivo in quel soggetto unico di memoria che è la Chiesa. La Chiesa è una Madre che ci insegna a parlare il linguaggio della fede.

San Giovanni ha insistito su quest’aspetto nel suo Vangelo, unendo assieme fede e memoria, e associando ambedue all’azione dello Spirito Santo che, come dice Gesù, «vi ricorderà tutto» (Gv 14,26). L’Amore che è lo Spirito, e che dimora nella Chiesa, mantiene uniti tra di loro tutti i tempi e ci rende contemporanei di Gesù, diventando così la guida del nostro camminare nella fede.


Francesco – Lumen Fidei 38.

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sabato 3 ottobre 2015

Un brutale egoismo investì la società tutta


«Colla rivoluzione francese, il materialismo e il liberalismo divennero la parola d’ordine del secolo. Il concetto dell’uomo integrale andò perduto, un brutale egoismo investì la società tutta. 

La gente non si sentì più unita e ognuno, brutalmente, prese ad approfittare di tutte le occasioni per sfruttare gli altri. Così ebbe inizio, dall’alto, la lotta di classe; soltanto in seguito si sviluppò la coscienza di classe negli operai sfruttati. L’operaio non si sentì più legato alla sua officina né al padrone, ma in quest’ultimo prese a vedere il nemico.

Questi fatti sono stati poi valorizzati dallo spirito giudaico e marxista che ha imposto le sue teorie a milioni di buoni e semplici operai, facendo loro credere che esse avrebbero portato benessere e pane. Venne poi la catastrofe della guerra mondiale. E, in seguito alla guerra, la disfatta. I marxisti approfittarono dell’occasione».


(Engelbert Dollfuss – 1892–1934)

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