giovedì 28 maggio 2015

Ne sono capaci marito e moglie



«L’educazione dei figli è impresa per adulti disposti ad una dedizione che dimentica se stessa: ne sono capaci marito e moglie che si amano abbastanza da non mendicare altrove l’affetto necessario.

Il bene dei vostri figli sarà quello che sceglieranno: non sognate per loro i vostri desideri. Basterà che sappiano amare il bene e guardarsi dal male e che abbiano in orrore la menzogna. Non pretendete dunque di disegnare il loro futuro; siate fieri piuttosto che vadano incontro al domani con slancio anche quando sembrerà che si dimentichino di voi.

Non arrogatevi il diritto di prendere decisioni al loro posto, ma aiutateli a capire che decidere bisogna, e non si spaventino se ciò che amano richiede fatica e fa qualche volta soffrire: è insopportabile una vita vissuta per niente.

Più dei vostri consigli li aiuterà la stima che hanno di voi e la stima che voi avete di loro; più di mille raccomandazioni soffocanti, saranno aiutati dai gesti che videro in casa: gli affetti semplici, certi ed espressi con pudore, la stima vicendevole, il senso della misura, il dominio delle passioni, il gusto per le cose belle e l’arte, la forza anche di sorridere».


S. Ambrogio, Vescovo di Milano, IV secolo d.C. - Sette dialoghi con Ambrogio

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giovedì 21 maggio 2015

Il luogo dove tutto succede



«Quando difendiamo la famiglia, non intendiamo dire che sia sempre una famiglia pacifica; quando sosteniamo la tesi del matrimonio non vogliamo dire che il matrimonio sia sempre felice.

Vogliamo dire invece che esso è il teatro del dramma spirituale, il luogo dove tutto succede e dove specialmente accadono le sole cose che hanno importanza.

Non è tanto il luogo in cui un uomo uccide la moglie, quanto il luogo dove egli può prendere la decisione altrettanto sensazionale di non ucciderla affatto.

Vi è della verità nel detto scettico secondo il quale il matrimonio sarebbe una prova, ma perfino il cinico ammetterà che le prove possono anche concludersi in favore di un riconoscimento di innocenza.

E la ragione per cui la famiglia possiede questo carattere centrale e cruciale è la stessa che in politica la rende il solo pilastro della libertà. La famiglia è l’esame della libertà, perché la famiglia è la sola cosa che l’uomo libero fa per sé e da solo».


Gilbert Keith Chesterton, 1928

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venerdì 15 maggio 2015

Sacrificio e passione


«Dio si è fatto uomo nel Suo Verbo, nel Figlio, ma la Sua Essenza è immutabile ed ineffabile.

Il Verbo nasce come vero uomo ma verginalmente, dovendo mostrare la natura divina e soprannaturale che non conosce “maschio e femmina” come altalenante attrazione e repulsione ma unità interiore che si rivela nell’universo come ordine, come kosmos perfetto e non caos.

L’uomo divino “non prende moglie e marito” e non “genera figli per la successione” poiché queste sono preoccupazioni inerenti la vita terrena delimitata dallo spazio e dal tempo.

Se Cristo è Dio, come per il cristiano dovrebbe, non solo un grande maestro di saggezza, la Sua Incarnazione non è un abbassamento alla natura umana se non in funzione di “sacrificio” (fare sacro) e “passione” (ovvero passaggio) in vista della deificazione dell’uomo liberato dalla stessa legge di natura la cui trasgressione lo abbassa al di sotto della condizione umana.

Il Signore non attua la trasgressione ma l’assunzione della natura, la nostra natura, in tutto certamente, tranne che nel peccato, nell’attaccamento cupido alle creature.

Assumendola integralmente, non metaforicamente, ha potuto trasfigurarla, elevarla, e noi con Lui, se viviamo con Lui, in Comunione di vita».


Robert Robin Fer – Facebook, 10 novembre 2014

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venerdì 8 maggio 2015

Solo nella verità la carità risplende


«Occorre rifuggire da richiami pseudopastorali che situano le questioni su un piano meramente orizzontale, in cui ciò che conta è soddisfare le richieste soggettive per giungere ad ogni costo alla dichiarazione di nullità, al fine di poter superare, tra l’altro, gli ostacoli alla ricezione dei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Il bene altissimo della riammissione alla Comunione eucaristica dopo la riconciliazione sacramentale, esige invece di considerare l’autentico bene delle persone, inscindibile dalla verità della loro situazione canonica. Sarebbe un bene fittizio, e una grave mancanza di giustizia e di amore, spianare loro comunque la strada verso la ricezione dei sacramenti, con il pericolo di farli vivere in contrasto oggettivo con la verità della propria condizione personale (...)

Vorrei oggi sottolineare come sia la giustizia, sia la carità, postulino l’amore alla verità e comportino essenzialmente la ricerca del vero. In particolare, la carità rende il riferimento alla verità ancora più esigente. “Difendere la verità, proporla con umiltà e convinzione e testimoniarla nella vita sono pertanto forme esigenti e insostituibili di carità. Questa, infatti, ‘si compiace della verità’ (1 Cor 13, 6)” (Enc. Caritas in veritate, n. 1). “Solo nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta […]. Senza verità la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario”».


Benedetto XVI – Gennaio 2010 alla Sacra Rota

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sabato 2 maggio 2015

La sostituzione dell’uomo al sacro


Nel Vangelo si legge che quando Cristo si recò a casa della Maddalena, quest’ultima lavò i piedi di Gesù con costosi unguenti.

Giuda Iscariota che era il “tesoriere” del gruppo si lamentò dicendo che tutti quei denari spesi si sarebbero potuti dare ai poveri.

Scrive Elemire Zolla:

«In queste poche parole è racchiusa l’intera filosofia della tradizione diabolica.

Essa propugna infatti il rovesciamento dei criteri: non spetta al culto (dunque a ciò che fonda metafisicamente la moralità e il consiglio di donare ai poveri) bensì all’atto di donare ai poveri, spoglio di ogni ragione, spacciato per fine ultimo. Quanto a dire reso ipocrita, transitorio, alla mercè della psiche.

Se al culto si toglie il primato, lo si ruba altresì all’oggetto del culto, all’essere perfettissimo, togliendo la supremazia all’essere perfettissimo se ne nega implicitamente l’assolutezza, cui si contrappone la natura relativa d’un atto umano, dunque dell’uomo.

Nel biasimo di Giuda è già racchiusa la sostituzione dell’uomo al sacro. Poiché un bisogno umanitario è anteposto all’idea di perfezione assoluta, mancherà altresì ogni criterio per porre in ordinata gerarchia i bisogni, prevarrà alla fine il bisogno più violento, più nevroticamente astuto».

(Elemire Zolla – Che cos'è la tradizione?, Bompiani, Milano 1971; Adelphi, Milano 1998, 2003)