martedì 27 gennaio 2015

Non oseranno farlo per paura degli uomini


«La Chiesa sarà come Giobbe sofferente, esposto alle perfide insinuazioni di sua moglie e alle critiche amare dei suoi amici; egli, davanti al quale gli anziani si alzavano e i principi tacevano!

La Chiesa – dice più volte il grande Papa [San Gregorio Magno] – verso la fine del suo pellegrinaggio, sarà privata del suo potere temporale; si cercherà di toglierle ogni punto d’appoggio sulla terra. Ma dice di più e dichiara che essa sarà spogliata dello sfarzo stesso che deriva dai doni soprannaturali.

Il potere dei miracoli – dice – sarà ritirato, la grazia delle guarigioni tolta, la profezia sarà scomparsa, il dono di una lunga astinenza sarà diminuito, gli insegnamenti della dottrina taceranno, i prodigi miracolosi cesseranno. Così dicendo non si vuole dire che non ci sarà più nulla di tutto questo; ma tutti questi segni non brilleranno più apertamente e sotto mille forme come nei primi secoli. Sarà anche l’occasione – spiega ancora il Pontefice – di un meraviglioso discernimento. In questo stato umiliato della Chiesa, aumenterà la ricompensa dei buoni, che aderiranno a lei unicamente in vista dei beni celesti; quanto ai malvagi, non vedendo più in lei alcuna attrattiva temporale, non avranno nulla da nascondere, si mostreranno quali sono” (San Gregorio Magno. Moralia in Job, libro 35).

[…] “Che parola terribile: taceranno gli insegnamenti della dottrina! San Gregorio proclamava altrove che la Chiesa preferisce morire che tacere. Dunque parlerà ancora, ma il suo insegnamento sarà ostacolato, la sua voce coperta; molti di coloro che dovrebbero gridare sopra i tetti non oseranno farlo per paura degli uomini…».

(Padre Emmanuel Andrè, La Sainte Eglise, Clovis, 1997, pag. 296)

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lunedì 19 gennaio 2015

Hanno invaso la terra


«La Chiesa da decenni parla di pace e non la può assicurare, non parla più dellinferno e l’umanità vi affonda senza gorgoglio. Non si parla del peccato, non si denuncia l’errore.
A che cosa si riduce il magistero? Mai la Chiesa ha parlato tanto come in questi ultimi anni, mai la sua parola è stata così priva di efficacia.

“Nel mio nome scacceranno i demoni...”. Com’è possibile scacciarli se non si crede più alla loro presenza? E i demoni hanno invaso la terra (…).


Forse la crisi non sarà superata finché, in vera umiltà, i vescovi non vorranno riconoscere la presunzione che li ha ispirati e guidati in questi ultimi decenni e soprattutto nel Concilio e nel dopo-Concilio.


Essi, certo, rimangono i “doctores fidei”, ma proprio questo è il loro peccato: non hanno voluto definire la verità, non hanno voluto condannare l’errore e hanno preteso di “rinnovare” la Chiesa quasi che il “loro” Concilio potesse essere il nuovo fondamento di tutto».


(Don Divo Barsotti)

martedì 13 gennaio 2015

Il tempo di Dio è il presente



«Mio caro Malacoda,

[...] gli esseri umani vivono nel tempo, ma il nostro Nemico (Dio ndr.) li destina all'eternità. Perciò, credo, Egli desidera che essi si occupino principalmente di due cose: dell'eternità stessa e di quel punto del tempo che essi chiamano il Presente.

Il Presente è infatti il punto nel quale il tempo tocca l'eternità.

Del momento presente, e soltanto di esso, gli esseri umani hanno un'esperienza analoga all'esperienza che il nostro Nemico ha della realtà intera; soltanto in esso vien loro offerta la libertà e la realtà. Egli vorrebbe perciò che essi fossero continuamente occupati o con l'eternità (il che vuol dire essere occupati di Lui) o con il Presente, o che meditino sulla loro eterna unione con Lui, o sulla separazione da Lui, oppure che obbediscano alla voce presente della coscienza, portando la croce presente, ricevendo la grazia presente, offrendo azioni di grazie per il piacere presente.

Il nostro lavoro è di allontanarli sia dall'eterno sia dal presente.

A questo fine talvolta tentiamo un essere umano (una vedova, ad esempio, o uno studioso) a vivere nel Passato. Ma ciò vale soltanto limitatamente, poiché essi hanno una conoscenza determinata del passato ed il passato ha una natura determinata, e, sotto questo aspetto, assomiglia all'eternità.

È molto meglio farli vivere nel Futuro.

Le necessità biologiche dirigono già tutte le loro passioni verso di esso, cosicché il pensiero del futuro infiamma la speranza e il timore. Inoltre esso è sconosciuto, e quindi, facendoli pensare ad esso li facciamo pensare a cose irreali.

Insomma il Futuro è, fra tutte le cose, la cosa “meno simile” all'eternità. È la parte più compiutamente temporale del tempo, poiché il Passato è ghiacciato e non scorre più, e il Presente è tutto illuminato dai raggi dell'eternità. Donde l'incoraggiamento che noi abbiamo dato a tutti quegli schemi di pensiero come l'Evoluzione Creatrice, l'Umanesimo Scientifico, o il Comunismo, che fissano l'affetto dell'uomo nel Futuro, nel centro stesso della temporalità.

Quasi tutti i vizi son radicati nel futuro. La gratitudine guarda al passato e l'amore al presente; il timore, l'avarizia, la lussuria e l'ambizione guardano avanti.

Non pensare che la lussuria sia un'eccezione. Quando il piacere presente arriva, il peccato (che è la sola cosa che c'interessa) è già finito. Il piacere è appunto la parte del processo che ci dispiace e che escluderemmo, se lo potessimo, senza perdere il peccato; è la parte che vien offerta dal Nemico, e quindi sperimentata nel Presente. Il peccato, che rappresenta il nostro contributo, guarda avanti.

Si sa, anche il Nemico vuole che gli uomini pensino al Futuro, ma solo quel tanto che è necessario per stabilire ORA i piani per gli atti di giustizia e di carità che forse saranno il loro dovere domani. Il dovere di stabilire i piani del lavoro di domani è un dovere DI OGGI; benché il suo materiale sia preso a prestito dal futuro, il dovere, come ogni dovere, è nel Presente.

Egli non vuole che gli uomini diano il loro cuore al Futuro, che ripongano in esso il loro tesoro.

Noi sì.

Il Suo ideale è un uomo che, avendo lavorato tutto il giorno per il bene della posterità (se tale è la sua vocazione), si libera la mente da ogni pensiero, di quel lavoro, lascia le conseguenze al Cielo, e ritorna senza indugio alla pazienza e alla gratitudine che il momento che passa su di lui gli richiede.

Noi invece vogliamo un uomo che sia stregato dal Futuro – invasato da visioni di un cielo o di un inferno imminenti sulla terra – pronto a rompere i comandi del Nemico nel presente, se, così facendo, lo facciamo pensare che sarà in grado di raggiungere il primo o di schivare il secondo – dipendente per la sua fede dal successo o dal fallimento di schemi dei quali non vivrà fino a vedere la fine.

Noi vogliamo tutta una razza non mai onesta, non mai gentile, né felice ORA, ma che usi continuamente come pura esca da collocare sull'altare del futuro ogni vero dono che le viene offerto nel Presente.

Ne segue, adunque, in generale, e a parità d'ogni altra cosa, che è meglio per il tuo paziente esser pieno di ansietà e di speranza (non importa quale) che non vivere nel presente. […].

Tuo affezionatissimo zio».

Clive Staples Lewis - “Le Lettere di Berlicche”, 1942.

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giovedì 8 gennaio 2015

Un mondo più misericordioso


«Tolstoj e gli Umanitari hanno preso a dire che il mondo era avviato a diventare più misericordioso, cosicché tutti avrebbero cessato di provare il desiderio di uccidere.

Quanto al signor Mick, non soltanto è diventato vegetariano, ma alla fine ha dichiarato che il vegetarianismo (“quello spargimento del verde sangue degli animali silenziosi”, secondo la sua definizione conclusiva) era stato sconfitto, preconizzando al tempo stesso che in un’era più felice gli uomini avrebbero vissuto solamente di sale.

Poi tuttavia è arrivato dall’Oregon (dove l’esperimento era stato effettuato) un opuscolo intitolato “Perché causare sofferenze al sale?”, e si sono avute altre grane».

(Gilbert K. Chesterton, Il Napoleone di Notting Hill)

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venerdì 2 gennaio 2015

Senza Dio libertà significa soltanto conflitto.


«Ogni libertà è da ritenere legittima finché procura più frequenti occasioni di onesta condotta, altrimenti no».

«Gli antichi filosofi definivano sapiente chi avesse appreso a vivere costantemente secondo natura, cioè onestamente e virtuosamente».

«Tra le leggi degli uomini alcune riguardano ciò che per natura è bene o male; esse, corredate dalla debita sanzione, insegnano a seguire il bene e a fuggire il male».

«Ma siffatte disposizioni non traggono origine dalla società umana, poiché come la stessa società non ha generato la natura umana, così del pari non crea il bene che conviene alla natura, né il male che ripugna alla natura».

«Tali leggi precedono la società civile e sono assolutamente da ricondurre alla legge naturale e perciò alla legge eterna».

«Dunque nella società umana la libertà nel vero senso della parola, non è riposta nel fare ciò che piace, nel qual caso subentrerebbe il maggior disordine che si risolverebbe nella oppressione della cittadinanza, ma consiste nel vivere agevolmente in virtù di leggi civili ispirate ai dettami della legge eterna».

«Se un qualunque potentato sancisce una norma che sia in contrasto con i principi della retta ragione e sia funesto per lo Stato, essa non ha nessuna forza di legge, poiché non è regola di giustizia e allontana gli uomini dal bene, per il quale la società è nata».

«La natura della libertà umana, comunque la si consideri, tanto nelle persone singole quanto consociate, e non meno in coloro che comandano come in coloro che ubbidiscono, presuppone la necessità di ottemperare alla suprema ed eterna ragione, che altro non è se non l’autorità di Dio che comanda e vieta. Questa sacrosanta sovranità di Dio sugli uomini è ben lontana dal sopprimere la libertà o dal limitarla in alcun modo, tanto che, se mai, la protegge e la perfeziona».

«Una volta confinato nella sola e unica ragione umana – che rifiuta l’obbedienza dovuta alla divina ed eterna ragione – sparisce il criterio del vero e del bene e la corretta distinzione tra il bene e il male. Le infamie non differiscono dalla rettitudine in modo oggettivo ma secondo l’opinione e il giudizio dei singoli».

«Ripudiato il dominio di Dio sull’uomo e sul consorzio civile, ne consegue l’abolizione di ogni culto pubblico e la massima incuria per tutto ciò che ha attinenza con la religione. La moltitudine, armata della convinzione di essere sovrana, degenera in sedizioni e tumulti e, tolti i freni del dovere e della coscienza, non resta altro che la forza, la quale, tuttavia, non è così grande da potere da sola contenere la passioni popolari».

«Si consideri un poco la libertà di parola e ciò che piace esprimere per mezzo della stampa. È appena il caso di dire che questa libertà non può essere un diritto se non è temperata dalla moderazione ed esorbita oltre la misura».

«Infatti il diritto è una facoltà morale: è assurdo pensare che essa sia concessa dalla natura in modo promiscuo e accomunata alla verità e alla menzogna, alla onestà e alla turpitudine. La verità e l’onestà hanno il diritto di essere propagate nello Stato con saggezza e libertà, in modo che diventino retaggio comune; le false opinioni, di cui non esiste peggior peste per la mente, nonché i vizi che corrompono l’animo e i costumi, devono essere giustamente e severamente repressi dall’autorità pubblica, perché non si diffondano a danno della società».

«Concessa a chiunque illimitata libertà di parola e di stampa, nulla rimarrà d’intatto e d’inviolato; non saranno neppure risparmiati quei supremi e veritieri principi di natura che sono da considerare come un comune e nobilissimo patrimonio del genere umano».

«Così oscurata a poco a poco la verità dalla tenebre, come spesso accade, facilmente prenderà il sopravvento il regno dell’errore dannoso e proteiforme».

«Ripugna alla ragione che la menzogna abbia gli stessi diritti della verità».

(Citazioni tratte da “Libertas” Lettera Enciclica di Papa Leone XII, 1888).

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