domenica 30 giugno 2013

L'eros di Dio per l'uomo

Dio è in assoluto la sorgente originaria di ogni essere. Ma questo principio creativo di tutte le cose – il Logos, la ragione primordiale – è al contempo un amante con tutta la passione di un vero amore.

«L'eros di Dio per l'uomo […] è insieme totalmente agape. Non soltanto perché viene donato del tutto gratuitamente, senza alcun merito precedente, ma anche perché è amore che perdona. Soprattutto Osea ci mostra la dimensione dell'agape nell'amore di Dio per l'uomo, che supera di gran lunga l'aspetto della gratuità. Israele ha commesso “adulterio”, ha rotto l'Alleanza; Dio dovrebbe giudicarlo e ripudiarlo.
Proprio qui si rivela però che Dio è Dio e non uomo: “Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri, Israele? … Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all'ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te” (Os 11, 8-9).
L'amore appassionato di Dio per il suo popolo - per l'uomo - è nello stesso tempo un amore che perdona. Esso è talmente grande da rivolgere Dio contro se stesso, il suo amore contro la sua giustizia. Il cristiano vede, in questo, già profilarsi velatamente il mistero della Croce: Dio ama tanto l'uomo che, facendosi uomo Egli stesso, lo segue fin nella morte e in questo modo riconcilia giustizia e amore.
L'aspetto filosofico e storico-religioso da rilevare in questa visione della Bibbia sta nel fatto che, da una parte, ci troviamo di fronte ad un'immagine strettamente metafisica di Dio: Dio è in assoluto la sorgente originaria di ogni essere; ma questo principio creativo di tutte le cose – il Logos, la ragione primordiale – è al contempo un amante con tutta la passione di un vero amore.
In questo modo l'eros è nobilitato al massimo, ma contemporaneamente così purificato da fondersi con l'agape. Da ciò possiamo comprendere che la ricezione del Cantico dei Cantici nel canone della Sacra Scrittura sia stata spiegata ben presto nel senso che quei canti d'amore descrivono, in fondo, il rapporto di Dio con l'uomo e dell'uomo con Dio.
In questo modo il Cantico dei Cantici è diventato, nella letteratura cristiana come in quella giudaica, una sorgente di conoscenza e di esperienza mistica, in cui si esprime l'essenza della fede biblica: sì, esiste una unificazione dell'uomo con Dio – il sogno originario dell'uomo –, ma questa unificazione non è un fondersi insieme, un affondare nell'oceano anonimo del Divino; è unità che crea amore, in cui entrambi – Dio e l'uomo – restano se stessi e tuttavia diventano pienamente una cosa sola: “Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito”, dice san Paolo (1 Cor 6,17)».

Benedetto XVI - Deus caritas est 10

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martedì 25 giugno 2013

Signore fa’ di me uno strumento della tua pace

La preghiera detta “di S. Francesco” e la sua vera storia.

«[…] Tutti conoscono la cosiddetta “Preghiera semplice” - quella che suona: “Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace. Dove è odio, fa’ che io porti l’amore…” – e quasi tutti ne allegano la paternità all’autore del “Cantico delle creature”. Gli storici, peraltro, e gli addetti ai lavori hanno sempre saputo invece che tale suggestiva orazione è tutt’altro che francescana: infatti ha un secolo d’anzianità al massimo e non è stata neppure composta da un frate minore; l’attribuzione al Poverello si deve al fatto accidentale che essa fu stampata una volta sul retro di un santino di Francesco d’Assisi […]

Certo: la “Preghiera semplice” è un inno alla pace, all’amore, insomma alle virtù cristiane che ben corrispondono all’immagine di san Francesco divulgata popolarmente. Ma si tratta comunque di uno stereotipo: è corretto alimentarlo senza ricorrere alle fonti originali?
Padre Willibrord-Christian van Dijk, un cappuccino che ha studiato la vicenda della “Preghiera semplice” per 40 anni, ha notato per esempio la stranezza di attribuire a un “santo che passa per essere un grande mistico cristiano un testo che non s’indirizza a Gesù Cristo e nemmeno lo nomina, né vi si trova alcuna citazione evangelica o biblica”. Osservazione pertinente, visto che tutte le preghiere autentiche di Francesco sono nient’altro che centoni di frasi desunte dalle Scritture e/o dalla liturgia […]

San Francesco non è un “archetipo” astratto, bensì un personaggio storico; e come tale merita di essere trattato anche nell’esame dei suoi scritti. Con metodo rigoroso, infatti, lo studioso francese arriva a risultati pressoché definitivi sull’origine della “Preghiera semplice”: la sua più antica stampa conosciuta risale al dicembre 1912, quando l’orazione comparve sulla pia rivista parigina La Clochette (“La campanella”), bollettino mensile della Lega della Santa Messa: era anonima, ma forse attribuibile al direttore del periodico stesso, il prete poligrafo normanno Esther Auguste Bouquerel. Di lì a poco la strofetta fu ripresa da un’altra rivista francese e quindi, nel 1916, sulla prima pagina dell’Osservatore romano, che la lanciò internazionalmente come invocazione per la pace.
L’abbinamento col saio del grande Assisate avviene dopo il 1918, quando il cappuccino padre Etienne Benoit stampa il testo dell’orazione sul retro di un’immaginetta destinata al suo terz’ordine e recante in facciata la figura del Fondatore: “Questa preghiera riassume meravigliosamente la fisionomia esterna del vero figlio di san Francesco”, scrive il religioso. È un santino dunque l’origine della falsa attribuzione francescana, che però diventa esplicita per la prima volta nel 1927 in una pubblicazione protestante: i cattolici infatti rifiuteranno tale abusiva paternità almeno fino agli anni Cinquanta. Segue un incredibile successo internazionale […]»

Dall’articolo di Roberto Beretta, Gli apocrifi del Poverello, pubblicato su Avvenire del mercoledì 9 gennaio 2002, p. 23.

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giovedì 20 giugno 2013

«Altissimo, Onnipotente Buon Signore»

Lodato sii mio Signore, insieme a tutte le creature.

«L’antico manicheismo, fondato dal persiano Mani (216-274 o 277), aveva a suo tempo affascinato anche S. Agostino, che ne era stato seguace prima di diventare cristiano. La ragione del successo del neo-manichesimo cataro stava nel fatto che forniva una risposta semplice per una domanda complessa. La domanda (che ancora oggi tiene molti lontani dalla religione) è: se Dio è buono, perché nel mondo c’è tanto male?
Per i cristiani il Peccato Originale, causa di ogni sofferenza umana, è un mistero, così come lo è la croce, che il Dio Incarnato, Cristo, non ha eliminato ma ci ha insegnato a tramutare in scala per il Cielo.
Ebbene, i catari risolvevano il problema del male così: non c’è un solo Dio ma due, uno buono e uno cattivo. Il primo ha creato le anime, il secondo la materia. La sofferenza per l’anima deriva dall’essere prigioniera del corpo. Perciò, bisogna aspirare alla liberazione delle anime dai corpi.

I catari ritenevano che il peccato più grave fosse la procreazione, che costringeva un’ulteriore anima a scendere dentro a un corpo. Essi dunque vietavano il matrimonio e gli atti sessuali generativi. E non mangiavano nulla che fosse in qualche modo derivato da questi, come la carne, le uova, il formaggio, i polli. Si nutrivano di verdure e pesce: quest’ultimo, secondo la credenza medievale, non si riproduceva tramite rapporti sessuali, ed era benedetto perché era l’unico a essere sopravvissuto al Diluvio Universale senza bisogno dell’Arca.
I catari si dividevano in due categorie: i «credenti» e i «perfetti». Questi ultimi erano coloro che applicavano la dottrina nella sua integralità e istruivano gli altri. Essi amministravano l’unico sacramento, il «consolamentum», che poteva essere impartito una sola volta nella vita: chi avesse “peccato” dopo averlo ricevuto non avrebbe potuto più salvarsi e la sua anima sarebbe stata condannata a reincarnarsi, magari in un animale. Per questo a volte i malati, dopo essere stati «consolati», venivano lasciati senza cure (o addirittura soffocati con il fazzoletto che i «perfetti» portavano sempre con sé). Certe madri smettevano di nutrire i loro piccoli. Molti «perfetti», dopo un più o meno lungo servizio di predicazione itinerante, si lasciavano morire di fame. Questo suicidio veniva da loro chiamato «endura». Alcuni di loro venivano tenuti alla corte di baroni simpatizzanti del catarismo, pronti a intervenire col «consolamentum» in caso di necessità improvvisa.
Il trionfo del catarismo avrebbe significato l’estinzione della razza umana, e lo stesso Henry C. Lea fu costretto ad ammettere, nella sua opera monumentale sull’Inquisizione, che in quella vicenda la Chiesa difese la civiltà contro un nemico subdolo e sfuggente […].

Molti pensano che il Cantico delle Creature di San Francesco sia uno slancio sentimentale di un’anima innamorata di Dio. Invece è un inno anti-cataro che loda il creatore di tutte le cose materiali proprio quello che per i catari era il “Dio cattivo”.»

Altissimu, onnipotente bon Signore,
Tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad Te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi’ Signore cum tucte le Tue creature,
petialmente messor lo frate Sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi Signore, per sora Luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor Aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Laudato si’, mi Signore,
per quelli che perdonano per lo Tuo amore
et sostengono infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke ‘l sosterranno in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’ mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po’ skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male.
Laudate et benedicete mi Signore
et rengratiate e serviateli cum grande humilitate.

Tratto da: Rino Cammilleri – L’inquisizione. I Quaderni del Timone – 2009




venerdì 14 giugno 2013

Il peccato, l’unica cosa al mondo che non sia sua

Mio Dio, io ti adoro perché hai preso su di te il peso dei peccatori, di coloro i quali ti offendono e ti affliggono continuamente. Tu hai assunto il compito di un servo per gente che non l’aveva chiesto.
Ti adoro per la tua incomprensibile condiscendenza a prenderti cura di me.
O mio Dio, tu avresti potuto lasciarmi fare il mio corso, ed andar diritto all’Inferno per la mia cattiva volontà e la fiducia che avevo in me stesso! Avresti potuto abbandonarmi in quella profonda inimicizia con te, che è la morte dell’anima. Io sarei morto doppiamente, e nessuno, all’infuori di me stesso, ne sarebbe stato responsabile.

Ma tu, Eterno Padre, sei stato buono per me più di quanto lo sono io stesso. Mi hai dato la tua grazia, l’hai effusa su di me, ed è per questo che io vivo.

Mio Dio, Consolatore eterno, io adoro te, che sei la luce e la vita dell’anima mia.
Nella tua infinita bontà fin da principio tu sei entrato nella mia anima, ne hai preso possesso, e vi hai eretto il tuo tempio. Con la tua grazia, che mi unisce agli angeli e ai santi, tu hai abitato in me in un modo ineffabile.
O mio Dio, posso io peccare, quando tu sei così intimamente unito a me?
Posso io dimenticare chi è con me, chi è in me?
Posso io cacciare un ospite divino per una cosa che egli aborre più di ogni altra, che è l’unica cosa al mondo che l’offenda, l’unica cosa che non sia sua?
Mio Dio, di fronte al peccato io mi trovo in una doppia sicurezza: innanzi tutto il timore di profanare al tuo cospetto tutto ciò che tu sei per me; quindi la fiducia che questa stessa presenza mi preserverà dal peccato.
Mio Dio, se pecco tu ti ritiri da me, e mi abbandoni al mio miserabile io.
Voglio fare uso di ciò che mi hai dato, voglio invocarti quando sono provato o tentato.
Voglio guardarmi dalla negligenza e dalla non curanza in cui cado di continuo.
Con la tua grazia non ti abbandonerò mai.

Di John Henry Newman, Meditazione sullo Spirito Santo, in “Meditazione e preghiere”, Jaca, Milano, 2002, pp. 96-97


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giovedì 6 giugno 2013

Forse più bello ancora

Il destriero
Scalpita nella valle giulivo
e con impeto va incontro alle armi.
Sprezza la paura, non teme
nè retrocede davanti alla spada.
Su di lui risuona la faretra,
il luccicare della lancia e del dardo.
Strepitando, fremendo, divora lo spazio
e al suono della tromba più non si tiene.
Al primo squilla grida: “Aah!...”
e da lontano fiuta la battaglia,
gli urli dei capi, il fragor della mischia.

Se si apre la Scrittura e si legge nell’Antico Testamento la descrizione che Dio fa di alcuni animali, ci si accorge che nessun poeta e pittore li ha cantati o dipinti in modo così vivo e splendido.
Ci voleva l’occhio di Chi li ha creati ad ispirare simili maestose descrizioni. Forse il nostro non è educato a vedere il bello, o vede solo il bello di un certo settore della vita umana, e naturale, perchè non abbiamo educato l’anima.
La contadinella, pur sempre a contatto con la natura ricca dell’orma di Dio, quando arriva in città, veste i più strani colori, con una disarmonia che ferisce gli occhi. Per lei il bello è così e le migliori opere d’arte non valgono molto, se non nulla, perchè non le capisce.

Ma agli occhi di Dio, sarà più bello il bambino che ti guarda con occhietti innocenti, tanto simili alla natura limpida e tanto vivi, o la giovinetta che splende come la freschezza di un fiore appena aperto, o il vecchio avvizzito e canuto, ormai curvo, quasi inabile a tutto, in attesa soltanto della morte?
Il chiccho di grano, così promettente quando, tenue più d’un filo d’erba, aggrappato ai chicchi fratelli, attornianti e componenti la spiga, attende di maturare e svincolarsi, solo e indipendente, nella mano dell’agricoltore o in grembo alla terra, è bello e pieno di speranza!
È bello però anche quando, ormai maturo, è scelto fra gli altri, perché migliore, onde sotterrato, dar vita ad altre spighe, esso che la vita ormai contiene. È bello, è eletto per le future generazioni delle messi.
Ma quando sotterrato, avvizzendosi, riduce il suo essere in poca cosa, più concentrata, e lentamente muore, marcendo, per dar vita ad una pianticella, diversa da esso, ma che di esso contiene la vita, forse è più bello ancora.

Bellezze varie.
Eppure una più bella dell’altra.
E l’ultima la più bella.
Dio le vedrà così le cose?
Quelle rughe che solcano la fronte della vecchietta, quel camminare curvo e tremolante, quelle brevi parole piene d’esperienza e di sapienza, quello sguardo dolce di bambina e donna insieme, ma più buono dell’una e dell’altra, è una bellezza che noi non conosciamo.
E il chicco di grano che, spegnendosi, sta per accendersi ad una nuova vita, diversa dalla prima, in cieli nuovi.
Io penso che Dio veda così le cose e che l’appressarsi al Cielo sia di gran lunga più attraente che le varie tappe del lungo cammino della vita, che in fondo serve solo per aprire quella porta.

Chiara Lubich

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