venerdì 28 dicembre 2012

La tentazione del pane

Il primo criterio di identificazione del redentore davanti al mondo e per il mondo non dovrebbe essere quello di dare il pane e mettere fine alla fame di ogni uomo? Il marxismo ha fatto proprio di questo ideale il cuore della sua promessa di salvezza: avrebbe fatto sì che ogni fame fosse placata e che “il deserto diventasse pane”.

[…] La prova dell’esistenza di Dio che il tentatore propone nella prima tentazione consiste nel trasformare in pane le pietre del deserto. All’inizio si tratta della fame di Gesù stesso – così l’ha vista Luca: «Di’ a questa pietra che diventi pane» (Lc 4,3). Ma Matteo interpreta la tentazione in modo più ampio, così come già durante la vita terrena di Gesù e in seguito lungo tutta la storia gli veniva e gli viene proposta sempre di nuovo.
Che cosa vi è di più tragico, che cosa contraddice maggiormente la fede in un Dio buono e la fede in un redentore degli uomini che la fame dell’umanità? Il primo criterio di identificazione del redentore davanti al mondo e per il mondo non dovrebbe essere quello di dare il pane e mettere fine alla fame di ogni uomo?
Quando il popolo d’Israele vagava nel deserto Dio l’aveva nutrito mandando il pane dal cielo, la manna. Si credeva di poter riconoscere in questo un’immagine del tempo messianico: non doveva e non deve il salvatore del mondo dimostrare la propria identità dando da mangiare a tutti?
Il problema dell’alimentazione del mondo – e, più in generale: i problemi sociali – non sono forse il primo e autentico criterio al quale deve essere commisurata la redenzione?
Può qualcuno che non soddisfa questo criterio chiamarsi a buon diritto redentore?
Il marxismo ha fatto proprio di questo ideale – in modo comprensibilissimo – il cuore della sua promessa di salvezza: avrebbe fatto sì che ogni fame fosse placata e che “il deserto diventasse pane”…
«Se tu sei Figlio di Dio…» – quale sfida!
E non si dovrà dire la stessa cosa alla Chiesa?
Se vuoi essere la Chiesa di Dio, allora preoccupati anzitutto del pane per il mondo – il resto viene dopo.
 

È difficile rispondere a questa sfida, proprio perché il grido degli affamati ci penetra e deve penetrarci tanto profondamente nelle orecchie e nell’anima. La risposta di Gesù non si può capire solo alla luce del racconto delle tentazioni. Il tema del pane permea tutto il Vangelo e deve essere visto in tutta la sua estensione.
 

Ci sono altri due grandi racconti sul pane nella vita di Gesù. Uno è la moltiplicazione dei pani per le migliaia di persone che avevano seguito il Signore nel deserto. Perché ora viene fatto quello che prima era stato respinto come tentazione?
La gente era venuta per ascoltare la parola di Dio e per farlo aveva lasciato perdere tutto il resto. E così, come persone che hanno aperto il proprio cuore a Dio e agli altri in reciprocità, possono ricevere il pane nel modo giusto.
Questo miracolo suppone tre elementi: in precedenza vi è stata la ricerca di Dio, della sua parola, del giusto orientamento di tutta la vita. Il pane viene inoltre implorato da Dio. E infine un elemento fondamentale del miracolo è la disponibilità reciproca a condividere.
Ascoltare Dio diventa vivere con Dio, e conduce dalla fede all’amore, alla scoperta dell’altro. Gesù non è indifferente di fronte alla fame degli uomini, ai loro bisogni materiali, ma li colloca nel giusto contesto e dà loro il giusto ordine.
Questo secondo racconto sul pane rimanda in anticipo al terzo e ne costituisce la preparazione: l’Ultima Cena, che diventa l’Eucaristia della Chiesa e il miracolo permanente di Gesù sul pane. Gesù stesso è diventato il chicco di grano che morendo produce molto frutto (cfr. Gv 12,24). Egli stesso è diventato pane per noi, e questa moltiplicazione dei pani durerà in modo inesauribile fino alla fine dei tempi.
 

Così ora comprendiamo la parola di Gesù, che Egli prende dall’Antico Testamento (cfr. Dt 8,3), per respingere il tentatore: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4). A questo proposito c’è una frase del gesuita tedesco Alfred Delp, messo a morte dai nazisti: «Il pane è importante, la libertà è più importante, ma la cosa più importante di tutte è la costante fedeltà e l’adorazione mai tradita».
 

Laddove questo ordine dei beni non viene rispettato, ma rovesciato, non ne consegue più la giustizia, non si bada più all’uomo che soffre, ma si creano dissesto e distruzione anche nell’ambito dei beni materiali. Laddove Dio è considerato una grandezza secondaria, che si può temporaneamente o stabilmente mettere da parte in nome di cose più importanti, allora falliscono proprio queste presunte cose più importanti. Non lo dimostra soltanto l’esito negativo dell’esperienza marxista.
 

Gli aiuti dell’Occidente ai Paesi in via di sviluppo, basati su princìpi puramente tecnico-materiali, che non solo hanno lasciato da parte Dio, ma hanno anche allontanato gli uomini da Lui con l’orgoglio della loro saccenteria, hanno fatto del Terzo Mondo il Terzo Mondo in senso moderno. Tali aiuti hanno messo da parte le strutture religiose, morali e sociali esistenti e introdotto la loro mentalità tecnicistica nel vuoto. Credevano di poter trasformare le pietre in pane, ma hanno dato pietre al posto del pane.
È in gioco il primato di Dio. Si tratta di riconoscerlo come realtà, una realtà senza la quale nient’altro può essere buono. Non si può governare la storia con mere strutture materiali, prescindendo da Dio.
Se il cuore dell’uomo non è buono, allora nessuna altra cosa può diventare buona. E la bontà di cuore può venire solo da Colui che è Egli stesso la Bontà, il Bene.»

Joseph Ratzinger - Benedetto XVI, “Gesù di Nazaret”, Rizzoli, Milano, 2007, pagg. 53-56.


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giovedì 20 dicembre 2012

Verso un fine positivo


«Il concetto di una storia guidata da Dio verso un fine positivo è uno dei contributi più grandi che la Bibbia ha dato al progresso umano. Infatti, solo chi ha la speranza di un futuro migliore può impegnarsi efficacemente nelle realtà terrene per cambiarle e migliorarle.
E di fatto la Bibbia, riflettendo sulla creazione alla luce dell’alleanza fra Dio e gli uomini, afferma che Dio ha dato all’uomo il potere di soggiogare la terra e di dominare su tutti gli animali (Genesi 1, 28). È ammesso da tutti ormai che la mancanza di sviluppo nel Terzo mondo è dovuta in gran parte proprio all’assenza di un preciso concetto di storia.»

(Alessandro Sacchi, biblista - La missione cristiana contributo indispensabile allo sviluppo dei popoli, in Mondo e Missione, gennaio 1984, pp. 56-61).

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giovedì 13 dicembre 2012

Il Vangelo sviluppa l’uomo e i popoli


Lo sviluppo dell’uomo viene da Dio, dal modello di Gesù uomo-Dio, e deve portare a Dio. Ecco perché tra annunzio evangelico e promozione dell’uomo c’è una stretta connessione.

«Negli ultimi 40-50 anni, il mondo occidentale ha spiegato i meccanismi che causano il “sottosviluppo” (o che portano allo “sviluppo”) in termini materialisti, con letture di tendenza marxista-rivoluzionaria o liberal-capitalista: finanze, piani di sviluppo, debito estero, commerci, prezzi delle materie prime, tecnologie, sistemi di produzione dei beni materiali, colonialismo, neo-colonialismo, ecc.
Una risposta solo economica e politica non basta.
Il mondo ricco non sa ancora come aiutare i poveri a superare il sottosviluppo, perché non ha capito le radici dell’abisso fra Nord e Sud. Si sono date letture “materialiste”, in parte giuste ma insufficienti a spiegare il fenomeno del “sottosviluppo”, senza tener conto dell’anima dei popoli: ad esempio, è vero che il colonialismo ha commesso crimini e danni, ma non spiega la radice da cui vengono le differenze fra popoli ricchi e poveri del mondo. Si è guardato più al denaro, alla tecnica e alla politica, che non alle culture e alle religioni dei popoli.
Da questa “lettura materialista” anche il mondo cattolico (e missionario) è stato in parte influenzato. Quando si parla di “sviluppo” (o di “sottosviluppo”), si tratta subito di finanze, scambi commerciali, tecnologie. Si ignorano (o si mettono tra parentesi) i valori culturali e religiosi, l’educazione, le mentalità, i costumi, gli atteggiamenti di fronte alla natura e alla storia.
La gravità della spaccatura fra Nord e Sud sta nel fatto che non c’è solo un abisso economico e tecnologico fra ricchi e poveri: se fosse così, basterebbe trasferire in modo massiccio finanze e tecnologie, il che è stato fatto almeno in alcuni casi, e parlo soprattutto dell’Africa e dei “Paesi del petrolio”, con risultati deludenti; ma si tratta di un abisso culturale fra popoli che appartengono a mondi diversi, vivono in secoli diversi, sono separati da storia, cultura, religione, mentalità, lingua, costumi, strutture sociali (si pensi alla famiglia monogamica o poligamica!), visione dell’uomo (e della donna!), della storia, della natura.
Annunziare Gesù Cristo ai popoli è farli progredire umanamente per un motivo molto semplice: Cristo è venuto a rivelare quel Dio che tutti i popoli cercano ma non conoscono, un Dio che ama e perdona l’uomo, verità insospettabile se Dio stesso non l’avesse rivelata; ed a portare, attraverso la sua morte e risurrezione, il perdono di Dio, la pace, la fraternità e la giustizia, addirittura il modello molto concreto di un “uomo nuovo” descritto dal Vangelo».

(P. Piero Gheddo: “Vangelo e sviluppo dei popoli”. I Quaderni del Timone - 2009)


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giovedì 6 dicembre 2012

Se il cristianesimo se ne va


«La forza dominante nella creazione di una cultura comune tra i popoli, ciascuno dei quali abbia una cultura distinta, è la religione. Vi prego, a questo punto, di non compiere un errore anticipando quel che intendo dire. Questa non è una conversazione religiosa, né mi dispongo a convertire alcuno. Mi limito a constatare un fatto.
Non mi interesso molto della comunione dei cristiani credenti ai giorni nostri; parlo della comune tradizione cristiana che ha fatto l’Europa quella che è, e dei comuni elementi culturali che questa cristianità ha portato con sé (…) Un singolo europeo può non credere che la fede cristiana sia vera, e tuttavia tutto ciò che egli dice e fa, scaturirà dalla parte della cultura cristiana di cui è erede, e da quella trarrà significato.
Solamente una cultura cristiana avrebbe potuto produrre un Voltaire e un Nietzsche. Non credo che la cultura dell’Europa potrebbe sopravvivere alla sparizione completa della fede cristiana (…) Se il cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura.»

Thomas Eliot (1888-1965), Appunti per una definizione della cultura in Opere, Classici Bompiani 2003, pagg. 638-639.

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sabato 1 dicembre 2012

I doveri del credente verso la sua città

L’intreccio degli impegni dell’«onesto cittadino» con quelli del «buon cristiano» letti attraverso la figura di San Massimo di Torino.

«[…] Il tono e la sostanza dei Sermoni suppongono un’accresciuta consapevolezza della responsabilità politica del Vescovo nelle specifiche circostanze storiche. Egli è “la vedetta” collocata nella città. Chi mai sono queste vedette, si chiede infatti Massimo nel Sermone 92, “se non i beatissimi Vescovi che, collocati per così dire su un’elevata rocca di sapienza per la difesa dei popoli, vedono da lontano i mali che sopraggiungono?”. E nel Sermone 89 il Vescovo di Torino illustra ai fedeli i suoi compiti, avvalendosi di un paragone singolare tra la funzione episcopale e quella delle api: “Come l’ape”, egli dice, i Vescovi “osservano la castità del corpo, porgono il cibo della vita celeste, usano il pungiglione della legge. Sono puri per santificare, dolci per ristorare, severi per punire”. Così san Massimo descrive il compito del Vescovo nel suo tempo.
In definitiva, l’analisi storica e letteraria dimostra una crescente consapevolezza della responsabilità politica dell’autorità ecclesiastica, in un contesto nel quale essa andava di fatto sostituendosi a quella civile. È questa infatti la linea di sviluppo del ministero del Vescovo nell’Italia nord–occidentale, a partire da Eusebio, che “come un monaco” abitava la sua Vercelli, fino a Massimo di Torino, posto “come sentinella” sulla rocca più alta della città.
È evidente che il contesto storico, culturale e sociale è oggi profondamente diverso.

Il contesto odierno è piuttosto quello disegnato dal mio venerato Predecessore, Papa Giovanni Paolo II, nell’Esortazione post–sinodale Ecclesia in Europa, là dove egli offre un’articolata analisi delle sfide e dei segni di speranza per la Chiesa in Europa oggi (6–22). In ogni caso, a parte le mutate condizioni, restano sempre validi i doveri del credente verso la sua città e la sua patria. L’intreccio degli impegni dell’“onesto cittadino” con quelli del “buon cristiano” non è affatto tramontato.
In conclusione, vorrei ricordare ciò che dice la Costituzione pastorale Gaudium et spes per illuminare uno dei più importanti aspetti dell’unità di vita del cristiano: la coerenza tra fede e comportamento, tra Vangelo e cultura. Il Concilio esorta i fedeli a “compiere fedelmente i propri doveri terreni, facendosi guidare dallo spirito del Vangelo. Sbagliano coloro che, sapendo che qui noi non abbiamo una cittadinanza stabile, ma che cerchiamo quella futura, pensano di potere per questo trascurare i propri doveri terreni e non riflettono che invece proprio la fede li obbliga ancora di più a compierli, secondo la vocazione di ciascuno” (n. 43).
Seguendo il magistero di san Massimo e di molti altri Padri, facciamo nostro l’auspicio del Concilio, che sempre di più i fedeli siano desiderosi di “esplicare tutte le loro attività terrene, unificando gli sforzi umani, domestici, professionali, scientifici e tecnici in una sola sintesi vitale insieme con i beni religiosi, sotto la cui altissima direzione tutto viene coordinato a gloria di Dio” (ibid.) e così al bene dell’umanità.»

Dalla Catechesi di Benedetto XVI all’Udienza Generale del 31 ottobre 2007

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domenica 25 novembre 2012

Il senso globale di se stessi



Verso l’esperienza liberante della continua ricerca della verità, dell’adesione al bene e della contemplazione della bellezza.

«La formazione integrale è resa particolarmente difficile dalla separazione tra le dimensioni costitutive della persona, in special modo la razionalità e l’affettività, la corporeità e la spiritualità. La mentalità odierna, segnata dalla dissociazione fra il mondo della conoscenza e quello delle emozioni, tende a relegare gli affetti e le relazioni in un orizzonte privo di riferimenti significativi e dominato dall’impulso momentaneo. Si avverte, amplificato dai processi della comunicazione, il peso eccessivo dato alla dimensione emozionale, la sollecitazione continua dei sensi, il prevalere dell’eccitazione sull’esigenza della riflessione e della comprensione.
Questa separazione tra le dimensioni della persona ha inevitabili ripercussioni anche sui modelli educativi, per cui educare equivale a fornire informazioni funzionali, abilità tecniche, competenze professionali. Non raramente, si arriva a ridurre l’educazione a un processo di socializzazione che induce a conformarsi agli stereotipi culturali dominanti.
Il modello della spontaneità porta ad assolutizzare emozioni e pulsioni: tutto ciò che “piace” e si può ottenere diventa buono. Chi educa rinuncia così a trasmettere valori e a promuovere l’apprendimento delle virtù; ogni proposta direttiva viene considerata autoritaria. […]
Benedetto XVI […] spiega che l’educazione non può risolversi in una didattica, in un insieme di tecniche e nemmeno nella trasmissione di principi; il suo scopo è, piuttosto, quello di “formare le nuove generazioni, perché sappiano entrare in rapporto con il mondo, forti di una memoria significativa che non è solo occasionale, ma accresciuta dal linguaggio di Dio che troviamo nella natura e nella Rivelazione, di un patrimonio interiore condiviso, della vera sapienza che, mentre riconosce il fine trascendente della vita, orienta il pensiero, gli affetti e il giudizio”.
Una vera relazione educativa richiede l’armonia e la reciproca fecondazione tra sfera razionale e mondo affettivo, intelligenza e sensibilità, mente, cuore e spirito. La persona viene così orientata verso il senso globale di se stessa e della realtà, nonché verso l’esperienza liberante della continua ricerca della verità, dell’adesione al bene e della contemplazione della bellezza.»

Educare alla vita buona del Vangelo - Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020 – 13


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lunedì 19 novembre 2012

Il bagaglio della buona ragione


La visione etica connessa alla fede cristiana non è qualcosa di esclusivamente cristiano in senso particolaristico, ma piuttosto la sintesi delle grandi intuizioni etiche del genere umano.

«Si potrebbe pensare che nell’epoca del pluralismo culturale sia arrogante giudicare gli eventi della storia con la verità del Vangelo, che sia un atteggiamento di intellettuale fondamentalismo, specialmente in politica. […]
Ci si chiede se la verità morale, legata ad una scelta religiosa, possa ispirare l’ordinamento civile valido per tutti. È una questione giusta e delicata. Se è gravemente ingiusto tradurre in termini di ordinamento pubblico certe scelte esclusivamente etico-religiose, è scorretto ridurre ogni posizione assunta dai credenti a scelta “confessionale” e quindi individuale e privata.
Certi valori - come nel campo della vita e della famiglia, della concezione della persona, della libertà e dello Stato – anche se sono illuminati dalla fede, sono anzitutto bagaglio della buona ragione. Per questo sono detti “non negoziabili”. […]
La visione etica connessa alla fede cristiana non è qualcosa di esclusivamente cristiano in senso particolaristico, ma piuttosto la sintesi delle grandi intuizioni etiche del genere umano. Essa non è un onere pesante riservato ai cristiani, bensì la difesa dell’uomo contro il tentativo di pervenire alla sua eliminazione. Per questo la morale è la liberazione dell’uomo e la fede cristiana è l’avamposto della libertà umana.

Ciò significa che ci sono valori per i quali vale la pena di morire, poiché una vita comprata a prezzo di tali valori poggia sul tradimento delle ragioni del vivere, ed è pertanto una vita annichilita nella sua stessa sorgente. E dove non c’è nulla per cui valga la pena di morire, là è difficile anche vivere.
I diritti enunciati nella Carta sono espressione ed esplicitazione della legge naturale, iscritta nel cuore dell’essere umano e a lui manifestata dalla ragione […] La norma giuridica […] ha come criterio la norma morale basata sulla natura delle cose. La ragione umana, peraltro, è capace di discernerla, almeno nelle sue esigenze fondamentali, risalendo così alla Ragione creatrice di Dio […] Pur con perplessità e incertezze, (l’uomo) può giungere a scoprire, almeno nelle sue linee essenziali, questa legge morale comune che, al di là delle differenze culturali, permette agli esseri umani di capirsi tra loro circa gli aspetti più importanti del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto.»

Angelo Bagnasco. Frascati, 4 settembre 2011. Lectio magistralis alla “Summer School” promossa dalla fondazione Magna Carta e dall’Associazione Italia Protagonista.

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lunedì 12 novembre 2012

La narrativa comune


Multiculturalismo o unicluturalismo? La vera alternativa è la faticosa costruzione di un equilibrio fra un’affermazione forte dell’identità e della storia della maggioranza e una libertà religiosa e culturale offerta alle minoranze che rifiutino senza ambiguità la violenza e accettino i valori fondamentali della società di cui entrano a fare parte.

«La parola “multiculturalismo”, (…) è nata in Canada negli anni 1960 come evoluzione di “biculturalismo”, espressione ottocentesca creata per sottolineare la possibilità offerta alla comunità di lingua francese di mantenere la sua lingua e le sue tradizioni. Nonostante il separatismo sempre vivo nel Québec, l’esperimento è riuscito perché ai canadesi divisi dalla lingua è stata offerta quella che il sociologo inglese Tariq Modood ha definito “una narrativa comune”, un insieme di simboli e di riferimenti alla patria canadese cementati dal comune impegno nelle guerre mondiali. Il successo del biculturalismo in Canada ha permesso nel XX secolo la sua trasformazione in “multiculturalismo”, accogliendo anzitutto tre grandi comunità - cinese, italiana e giamaicana - che hanno mantenuto, molto più che negli Stati Uniti, la loro lingua e cultura.
In Gran Bretagna il multiculturalismo è diventato una parola d’ordine della sinistra e dei cosiddetti “professionisti dell’anti-razzismo” dopo il 1968 e ha significato sussidi e ampia autonomia per i vari gruppi etnici nigeriani, caraibici, indiani, pakistani. Ma la diffidenza di quella sinistra per il patriottismo ha impedito che agli immigrati fosse trasmessa una “narrativa comune” alla canadese.
I primi problemi sono nati quando una rivendicazione di autonomia è stata avanzata dai musulmani che, a differenza degli italiani, dei cinesi e anche dei pakistani, non sono un gruppo etnico ma religioso, le cui domande vanno ben al di là della preservazione di una lingua, di una musica o di una cucina e investono la sfera fondamentale dei rapporti di famiglia e dei diritti umani.
Questo equivoco che confonde etnicità e religione ha, per così dire, imbastardito il multiculturalismo, trasformandolo da rispetto per tradizioni culturali diverse che possono coesistere – all’interno, appunto, di una “narrativa comune” – in cedimento a pericolose pretese prima di musulmani e poi anche di altri di organizzarsi separatamente quanto al diritto di famiglia, a pratiche come l’uso di certe droghe “etniche” e alla gestione dei quartieri dove sono maggioranza.
(…) Il multiculturalismo britannico, dunque, è fallito. L’alternativa, tuttavia, non è l’uniculturalismo alla francese, che sostituisce il modello multiculturale con un laicismo che combatte ogni identità religiosa e culturale diversa dall’ideologia ufficiale laica e illuminista dello Stato.
Come ricorda Benedetto XVI, la vera alternativa è la faticosa costruzione di un equilibrio fra un’affermazione forte dell’identità e della storia della maggioranza – che in Europa è cristiana – e una libertà religiosa e culturale offerta alle minoranze che rifiutino senza ambiguità la violenza e accettino i valori fondamentali della società di cui entrano a fare parte. È questa la vera porta d’ingresso a una “narrativa comune”

Tratto dall’articolo di Massimo Introvigne: “Londra, fine del multiculturalismo” - La Bussola quotidiana, 10 agosto 2011

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martedì 6 novembre 2012

Maranà, thà!


Mi sembra che per noi oggi, nella nostra vita, nel nostro mondo, sia difficile pregare sinceramente perché perisca questo mondo, perché venga la nuova Gerusalemme, perché venga il giudizio ultimo e il giudice, Cristo.

«San Paolo alla conclusione della sua prima Lettera ai Corinzi ripete e mette in bocca anche ai Corinzi una preghiera nata nelle prime comunità cristiane dell’area palestinese: Maranà, thà! che letteralmente significa “Signore nostro, vieni!” (16,22). Era la preghiera della prima cristianità, e anche l’ultimo libro del Nuovo Testamento, l’Apocalisse, si chiude con questa preghiera: “Signore, vieni!”.
Possiamo pregare anche noi così? Mi sembra che per noi oggi, nella nostra vita, nel nostro mondo, sia difficile pregare sinceramente perché perisca questo mondo, perché venga la nuova Gerusalemme, perché venga il giudizio ultimo e il giudice, Cristo. Penso che se sinceramente non osiamo pregare così per molti motivi, tuttavia in un modo giusto e corretto anche noi possiamo dire, con la prima cristianità: “Vieni, Signore Gesù!”.
Certo, non vogliamo che adesso venga la fine del mondo.
Ma, d’altra parte, vogliamo anche che finisca questo mondo ingiusto.

Vogliamo anche noi che il mondo sia fondamentalmente cambiato, che incominci la civiltà dell’amore, che arrivi un mondo di giustizia, di pace, senza violenza, senza fame.
Tutto questo vogliamo: e come potrebbe succedere senza la presenza di Cristo? Senza la presenza di Cristo non arriverà mai un mondo realmente giusto e rinnovato.
E anche se in un altro modo, totalmente e in profondità, possiamo e dobbiamo dire anche noi, con grande urgenza e nelle circostanze del nostro tempo: Vieni, Signore!
Vieni nel tuo modo, nei modi che tu conosci.
Vieni dove c’è ingiustizia e violenza.
Vieni nei campi di profughi, nel Darfur, nel Nord Kivu, in tante parti del mondo.
Vieni dove domina la droga.
Vieni anche tra quei ricchi che ti hanno dimenticato, che vivono solo per se stessi.
Vieni dove tu sei sconosciuto.
Vieni nel modo tuo e rinnova il mondo di oggi.
Vieni anche nei nostri cuori, vieni e rinnova il nostro vivere, vieni nel nostro cuore perché noi stessi possiamo divenire luce di Dio, presenza tua.
In questo senso preghiamo con san Paolo: Maranà, thà! “Vieni, Signore Gesù!”, e preghiamo perché Cristo sia realmente presente oggi nel nostro mondo e lo rinnovi.»

Benedetto XVI, 12 novembre 2008 - San Paolo – Escatologia: l’attesa della parusia.


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giovedì 1 novembre 2012

Progressismo e conservatorismo

La Chiesa permane fedelmente nella verità ricevuta da Dio attraverso le mutevoli vicende della storia. 

«Nel periodo post-conciliare siamo testimoni di un grande lavoro della Chiesa per far sì che questo «novum» costituito dal Vaticano II penetri in modo giusto nella coscienza e nella vita delle singole comunità del Popolo di Dio. 
Tuttavia, accanto a questo sforzo si sono fatte vive delle tendenze, che sulla via della realizzazione del Concilio creano una certa difficoltà.

Una di queste tendenze è caratterizzata dal desiderio di cambiamenti che non sempre sono in sintonia con l’insegnamento e con lo spirito del Vaticano II, anche se cercano di fare riferimento al Concilio. Questi cambiamenti vorrebbero esprimere un progresso, e perciò questa tendenza è designata con il nome di «progressismo». Il progresso, in questo caso, è una aspirazione verso il futuro, che rompe con il passato, non tenendo conto della funzione della Tradizione che è fondamentale alla missione della Chiesa, perché essa possa perdurare nella Verità ad essa trasmessa da Cristo Signore e dagli Apostoli, e custodita con diligenza dal Magistero.

La tendenza opposta, che di solito viene definita come «conservatorismo» oppure «integrismo», si ferma al passato stesso, senza tener conto della giusta aspirazione verso il futuro quale si è manifestata proprio nell’opera del Vaticano II.
Mentre la prima tendenza sembra riconoscere come giusto ciò che è nuovo, l’altra invece vede il giusto soltanto in ciò che è «antico» ritenendolo sinonimo della Tradizione. 

Tuttavia non è l’«antico» in quanto tale, né il «nuovo» per se stesso che corrispondono al concetto giusto della Tradizione nella vita della Chiesa. Tale concetto infatti significa la fedele permanenza della Chiesa nella verità ricevuta da Dio, attraverso le mutevoli vicende della storia. 
La Chiesa, come quel padrone di casa del Vangelo, estrae con sagacia «dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Cf. Mt 13, 52) rimanendo assolutamente obbediente allo Spirito di verità che Cristo ha dato alla Chiesa come Guida divina. 
E la Chiesa compie questa delicata opera di discernimento attraverso il Magistero autentico. (Cf. Lumen gentium, 25).»

Giovanni Paolo II - Lettera al cardinal Ratzinger, 8 aprile 1988

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venerdì 26 ottobre 2012

Una deformazione visiva


Il cattolico progressista negli scritti di Padre Antonio Messineo 2/2.

«Non ultima tra le note che contrassegnano il progressismo moderno è la sua spiccata simpatia verso il comunismo e il marxismo in genere. A questo lo conduce non solo l’irenismo [...] e il conseguente desiderio di aprire il colloquio con tutte le correnti moderne, ma anche una valutazione almeno parzialmente positiva dell’ideologia marxista. L’occhio del progressista è volto invariabilmente a sinistra, perché nelle istanze delle correnti che si allineano da questo lato, a causa di una deformazione visiva avveratasi nel suo spirito, egli crede di scorgere dei contatti e somiglianze con le istanze del proprio credo religioso e delle sue convinzioni morali e sociali.
Riguardo al comunismo il progressista deplora il sostrato materialista dell’ideologia su cui si appoggia e il suo conseguente ateismo, ma, fatta questa riserva indispensabile per salvare la fede cristiana, ne accoglie i postulati e li fa propri, non escludendo un’eventuale collaborazione per la loro attuazione. Il comunismo, afferma, è ormai una forza, un movimento della storia, una molla propulsiva nella moderna società occorre, quindi, valutarlo per quello che è e riconciliare con esso il pensiero cristiano.
La divisione manicaica, come viene chiamata, tra un mondo che è tutto male e un mondo dove unicamente si trova il bene, dev’essere superata con una reciproca comprensione, per non mettersi fuori del ciclo della storia e appianare i contrasti con la pacificazione. L’incontro è possibile, aggiunge, intorno a quel nucleo di valori cristiani di cui sarebbe portatore anche il comunismo, sebbene siano deformati dalle sue sovrastrutture ideologiche.
Perciò il progressista è l’uomo della distensione, è un fautore convinto della mano tesa, un promotore del colloquio con le correnti marxiste, quando addirittura non ne è un seguace e un sostenitore, senza tuttavia aderirvi come gregario, per qualche residuo di incrinatura tra la sua visione del mondo e quella propagata dal comunismo.
Non di rado non osa spingersi fino a questi limiti, ma, mentre rigetta il comunismo in quanto tale, dinanzi al quale trova eretta la barriera dell’insegnamento esplicito della Chiesa, non disdegna di pensare, come a gradite alleate, alle altre correnti marxiste, con le quali andrebbe volentieri insieme sul piano politico e sociale.
Lo strano si è che, mentre il progressismo postula il superamento della distinzione manicaica tra comunismo, marxismo e cristianesimo, con un’intesa e una coesistenza appoggiata sulla distensione, questa medesima opposizione inconciliabile introduce tra il cristianesimo e le correnti che esso bolla col denominativo sprezzante di destra reazionaria.
Il principio del male per lui si è condensato nella destra, baratro oscuro di forze reazionarie in agguato, entro il quale egli getta, con sentenza inappellabile, quanti sono contrari alle idee e alle tendenze progressiste.»

Antonio Messineo, “Civiltà Cattolica”: Il progressismo contemporaneo, q. 2537 (1950).

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Antonio Messineo (1897-1978) della Compagnia di Gesù, ordinato sacerdote nel 1930, fu dal 1931 alla morte uno dei più qualificati scrittori della “Civiltà Cattolica” nel campo delle scienze sociali e morali e del diritto internazionale. Rappresentò la Santa Sede nella Conferenza Internazionale di Vienna (1968-1969). Tra le sue opere, si veda La nazione (La Civiltà Cattolica, Roma 1942) e Il diritto internazionale nella dottrina cattolica (La Civiltà Cattolica, Roma 1942). Su di lui, si veda Domenico Mondrone s.j., Ricordo del padre Antonio Messineo, in “Civiltà Cattolica”, q. 4071 (1978), pp. 468-473.

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sabato 20 ottobre 2012

Il criterio ondeggiante di una verità relativa


Il cattolico progressista negli scritti di Padre Antonio Messineo 1/2.

«Il progressismo moderno se non è nella sua sostanza un modernismo riverniciato, si può molto bene paragonare a quella corrente, della quale ad alcuni, forse non del tutto a torto, sembra una propaggine.
Il modernismo pretese rinnovare il domma, vuotandolo di contenuto trascendente, dopo averlo sommerso nell’onda mobile del relativismo storicista; fece appello al soggettivismo e col metro dei sentimenti volle stabilire la verità e trovare il collegamento con la divinità; fu insieme razionalista e scettico sui poteri della ragione e soprattutto antiautoritario, e su questi binari procedette a una revisione radicale, distruggendo tutto un passato di gloriosa e feconda speculazione dottrinale, per adeguarsi al cosi detto pensiero moderno e alle pretese esigenze del progresso intellettuale contemporaneo.
Il progressismo, in verità, porta in se stesso impressi alcuni dei connotati descritti.
È storicista chi crede all’evoluzione incessante della verità e delle forme istituzionali, in cui s’inquadra la vita della Chiesa e la vita sociale civile; è razionalista, umanitario e naturalista, e pretende, così come il modernismo, rivedere dalle fondamenta gli atteggiamenti teorici e gli insegnamenti pratici, che sono patrimonio consolidato di una lunga serie di anni e di esperienze feconde nel pensiero e nella prassi.
Nei suoi enunziati mantiene un piglio di superiore autosufficienza, come interprete qualificato e indipendente delle esigenze della vita intellettuale e sociale del tempo presente, che soltanto i suoi fautori comprenderebbero a pieno, mentre gerarchia e maestri, ancora fermi alle posizioni tradizionali, sarebbero fuori fase e, se non ottusi, almeno sviati da un conservatorismo retrivo e mortificante.
Il progressista sa, conosce, giudica con un criterio suo proprio, che poi non è altro se non il criterio ondeggiante di una verità relativa, diversa nei vari periodi della storia, e, per il tempo presente, il pensiero così detto moderno, la società moderna, le tendenze spirituali moderne, in una parola il così detto progresso moderno. Donde poi deriva il suo nome, che esprime e la tendenza ad un adeguamento con esso e la spinta a procedere innanzi, nella riforma dei principi e della prassi, secondo le direttive dal medesimo tracciate.»

Antonio Messineo, “La Civiltà Cattolica”: Il progressismo contemporaneo, q. 2537 (1950), pp. 498-499.

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lunedì 15 ottobre 2012

Il risveglio della ragione e dell’antica fede


«Sul quotidiano Avvenire in data 27 maggio 1990 comparve una mia ampia intervista. […] Mi fu chiesto con molto candore e con invidiabile ottimismo: “Ritiene anche lei che l’Europa o sarà cristiana o non sarà?”.
Io penso - dicevo - che l’Europa o ridiventerà cristiana o diventerà musulmana.
Ciò che mi pare senza avvenire è la “cultura del niente”, della libertà senza limiti e senza contenuti, dello scetticismo vantato come conquista intellettuale, che sembra essere l’atteggiamento largamente dominante nei popoli europei, più o meno tutti ricchi di mezzi e poveri di verità.
Questa cultura del niente (sorretta dall'edonismo e dalla insaziabilità libertaria) non sarà in grado di reggere all’assalto ideologico dell’Islam, che non mancherà: solo la riscoperta dell’avvenimento cristiano come unica salvezza per l’uomo - e quindi solo una decisa resurrezione dell’antica anima dell’Europa - potrà offrire un esito diverso a questo inevitabile confronto.

Purtroppo né i “laici” né i “cattolici” pare si siano resi conto del dramma che si sta profilando.

I “laici”, osteggiando in tutti i modi la Chiesa, non si accorgono di combattere l’ispiratrice più forte e la difesa più valida della civiltà occidentale e dei suoi valori di razionalità e di libertà: potrebbero accorgersene troppo tardi.
I “cattolici”, lasciando sbiadire in se stessi la consapevolezza della verità posseduta e sostituendo all’ansia apostolica il puro e semplice “dialogo” ad ogni costo, inconsciamente preparano (umanamente parlando) la propria estinzione.
La speranza è che la gravità della situazione possa a un certo momento portare a un efficace risveglio sia della ragione che dell’antica fede.»

Giacomo Biffi. Memorie e digressioni di un italiano cardinale, Cantagalli - 2007.


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lunedì 8 ottobre 2012

«Hai creato sanabili le nazioni»


Dio è buono, solo buono, senza ombra di male. Anche l’essere quindi non è un misto di bene e male; l’essere come tale è buono e perciò è bene essere, è bene vivere. Questo è il lieto annuncio della fede: c’è solo una fonte buona, il Creatore.

«Ma come uomini di oggi dobbiamo domandarci: che cosa è questo peccato originale? Che cosa insegna san Paolo, che cosa insegna la Chiesa? È ancora oggi sostenibile questa dottrina?
Molti pensano che, alla luce della storia dell’evoluzione, non ci sarebbe più posto per la dottrina di un primo peccato, che poi si diffonderebbe in tutta la storia dell’umanità. E, di conseguenza, anche la questione della Redenzione e del Redentore perderebbe il suo fondamento. Dunque, esiste il peccato originale o no?


Per poter rispondere dobbiamo distinguere due aspetti della dottrina sul peccato originale. Esiste un aspetto empirico, cioè una realtà concreta, visibile, direi tangibile per tutti. E un aspetto misterico, riguardante il fondamento ontologico di questo fatto.
Il dato empirico è che esiste una contraddizione nel nostro essere. Da una parte ogni uomo sa che deve fare il bene e intimamente lo vuole anche fare. Ma, nello stesso tempo, sente anche l’altro impulso di fare il contrario, di seguire la strada dell’egoismo, della violenza, di fare solo quanto gli piace anche sapendo di agire così contro il bene, contro Dio e contro il prossimo. San Paolo nella sua Lettera ai Romani ha espresso questa contraddizione nel nostro essere così: “C’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (7, 18–19). Questa contraddizione interiore del nostro essere non è una teoria. Ognuno di noi la prova ogni giorno. E soprattutto vediamo sempre intorno a noi la prevalenza di questa seconda volontà. Basta pensare alle notizie quotidiane su ingiustizie, violenza, menzogna, lussuria. Ogni giorno lo vediamo: è un fatto.
Come conseguenza di questo potere del male nelle nostre anime, si è sviluppato nella storia un

martedì 2 ottobre 2012

«Noi siamo la libertà!»


«Il male di questo mondo è di origine angelica e perciò non può essere espresso in lingua umana». (Léon Bloy)

Iddio creò sterminate schiere di Angeli, cioè di Puri Spiriti, dotati di grande intelligenza e di forte volontà. Il Cielo si popolò in un attimo di questi esseri beati, che lodavano il Creatore e nello stesso tempo godevano di perfetta felicità.
L’Angelo più bello era Lucifero, o Apportatore di luce, il quale, per così dire, eclissava gli altri col suo splendore.
 

Iddio, che è giusto, volle mettere alla prova la loro fedeltà, esigendo dagli Angeli un atto particolare di umile sudditanza. Secondo S. Tommaso d’Aquino e secondo i più celebri Padri della Chiesa, la prova fu questa: la Seconda Persona Divina, il Figlio Eterno del Padre, Gesù Cristo, nella pienezza dei tempi si sarebbe fatto uomo, pur restando vero Dio, e tutti gli Angeli lo avrebbero dovuto adorare, pur vedendolo rivestito di misera carne umana.
A noi, esseri inferiori rispetto agli Angeli, non sarebbe costata troppo una simile prova ma per gli Angeli, invece, la prova fu durissima.
 

Lucifero, dotato di qualità eccellentissime, pensando che un giorno avrebbe dovuto umiliarsi davanti al Figlio di Dio fatto uomo, senti in sé tanto orgoglio da dire: “Non lo servirò!… Se si farà uomo, sarò a lui superiore!”.
Altre schiere di Angeli si unirono a Lucifero, quasi per dare la scalata alla Divinità. Si iniziò la tremenda lotta in Cielo.
 

Al tal riguardo, nel dicembre del 1988, il Vescovo Paolo Hnilica S.J. scrisse sulla rivista “Pro Deo et Fratribus” quanto segue. “Mi è capitato recentemente di leggere una rivelazione privata così profonda su San Michele Arcangelo come non avevo mai letto nella mia vita. L’autrice è una veggente che ha avuto la visione della lotta di Lucifero contro Dio e della lotta di San Michele contro Lucifero.
Secondo questa rivelazione Dio ha creato gli Angeli in un unico atto, ma la sua prima creatura è stata
Lucifero, portatore di luce, capo degli Angeli. Gli Angeli conoscevano Dio, ma avevano contatto con Lui solo per mezzo di Lucifero. 


martedì 25 settembre 2012

«Appena nati, siamo già scomparsi»


«Il giusto, anche se muore prematuramente, troverà riposo.
Vecchiaia veneranda non è la longevità, né si calcola dal numero degli anni; ma la canizie per gli uomini sta nella sapienza; e un’età senile è una vita senza macchia.
Divenuto caro a Dio, fu amato da lui e poiché viveva fra peccatori, fu trasferito.
Fu rapito, perché la malizia non ne mutasse i sentimenti o l’inganno non ne traviasse l’animo, poiché il fascino del vizio deturpa anche il bene e il turbine della passione travolge una mente semplice.
Giunto in breve alla perfezione, ha compiuto una lunga carriera.
La sua anima fu gradita al Signore; perciò egli lo tolse in fretta da un ambiente malvagio.
I popoli vedono senza comprendere; non riflettono nella mente a questo fatto che la grazia e la misericordia sono per i suoi eletti e la protezione per i suoi santi.
Il giusto defunto condanna gli empi ancora in vita; una giovinezza, giunta in breve alla perfezione, condanna la lunga vecchiaia dell’ingiusto.
Le folle vedranno la fine del saggio, ma non capiranno ciò che Dio ha deciso a suo riguardo né in vista di che cosa il Signore l’ha posto al sicuro.
Vedranno e disprezzeranno, ma il Signore li deriderà.
Infine diventeranno un cadavere spregevole, oggetto di scherno fra i morti per sempre.
Dio infatti li precipiterà muti, a capofitto, e li schianterà dalle fondamenta; saranno del tutto rovinati, si troveranno tra dolori e il loro ricordo perirà.
Gli empi compaiono in giudizio.
Si presenteranno tremanti al rendiconto dei loro peccati; le loro iniquità si alzeranno contro di essi per accusarli.
Allora il giusto starà con grande fiducia di fronte a quanti lo hanno oppresso e a quanti han disprezzato le sue sofferenze.
Costoro vedendolo saran presi da terribile spavento, saran presi da stupore per la sua salvezza inattesa.
Pentiti, diranno fra di loro, gemendo nello spirito tormentato:
“Ecco colui che noi una volta abbiamo deriso e che stolti abbiam preso a bersaglio del nostro scherno; giudicammo la sua vita una pazzia e la sua morte disonorevole.
Perché ora è considerato tra i figli di Dio e condivide la sorte dei santi?
Abbiamo dunque deviato dal cammino della verità; la luce della giustizia non è brillata per noi, né mai per noi si è alzato il sole.
Ci siamo saziati nelle vie del male e della perdizione; abbiamo percorso deserti impraticabili, ma non abbiamo conosciuto la via del Signore.
Che cosa ci ha giovato la nostra superbia?
Che cosa ci ha portato la ricchezza con la spavalderia?
Tutto questo è passato come ombra e come notizia fugace, come una nave che solca l’onda agitata, del cui passaggio non si può trovare traccia, né scia della sua carena sui flutti; oppure come un uccello che vola per l’aria e non si trova alcun segno della sua corsa, poiché l’aria leggera, percossa dal tocco delle penne e divisa dall’impeto vigoroso, è attraversata dalle ali in movimento, ma dopo non si trova segno del suo passaggio; o come quando, scoccata una freccia al bersaglio, l’aria si divide e ritorna subito su se stessa e così non si può distinguere il suo tragitto: così anche noi, appena nati, siamo già scomparsi, non abbiamo avuto alcun segno di virtù da mostrare; siamo stati consumati nella nostra malvagità”.
La speranza dell’empio è come pula portata dal vento, come schiuma leggera sospinta dalla tempesta, come fumo dal vento è dispersa, si dilegua come il ricordo dell’ospite di un sol giorno.
I giusti al contrario vivono per sempre, la loro ricompensa è presso il Signore e l’Altissimo ha cura di loro.
Per questo riceveranno una magnifica corona regale, un bel diadema dalla mano del Signore, perché li proteggerà con la destra, con il braccio farà loro da scudo.
Egli prenderà per armatura il suo zelo e armerà il creato per castigare i nemici; indosserà la giustizia come corazza e si metterà come elmo un giudizio infallibile; prenderà come scudo una santità inespugnabile; affilerà la sua collera inesorabile come spada e il mondo combatterà con lui contro gli insensati.»

Sapienza 4, 7-20; 5, 1-20

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giovedì 20 settembre 2012

La banalizzazione della sessualità


Tante persone non vedono più nella sessualità l’espressione del loro amore ma soltanto una sorta di droga, che si somministrano da sé.

La Sua visita in Africa, nel marzo 2009, ha di nuovo richiamato l’attenzione dei media sulla politica del Vaticano nei confronti dell’AIDS. Il 25% dei malati di AIDS in tutto il mondo oggi viene seguito da strutture cattoliche. In alcuni Paesi, come per esempio nel Lesotho, i malati di AIDS rappresentano più del 40% della popolazione. In Africa, Lei ha dichiarato che la dottrina tradizionale della Chiesa si è rivelata l’unico modo sicuro per arrestare la diffusione dell’HIV. I critici, anche all’interno della Chiesa, sostengono al contrario che è una follia vietare ad una popolazione minacciata dall’AIDS l’utilizzo di profilattici.
Dal punto di vista giornalistico il viaggio in Africa è stato del tutto oscurato da un’unica mia frase. Mi è stato chiesto perché la Chiesa Cattolica, relativamente all’AIDS, assumesse una posizione irrealistica ed inefficace. Così mi sono sentito veramente sfidato, perché la Chiesa fa più di tutti gli altri. E continuo a sostenerlo; perché la Chiesa è l’unica istituzione veramente vicina alle persone, molto concretamente: nel prevenire, nell’educare, nell’aiutare, nel consigliare e nello stare a fianco; e perché come nessun altro si cura di tanti malati di AIDS e, in particolare, di tantissimi bambini colpiti da questa malattia.
Ho potuto visitare una di queste strutture per i malati di AIDS e ho potuto parlare con loro. La risposta è stata sostanzialmente questa: la Chiesa fa più degli altri perché non parla solo dal pulpito dei giornali, ma aiuta i fratelli e le sorelle sul posto. In tale contesto non avevo preso posizione sul problema dei profilattici in generale, ma ho soltanto detto quello che poi ha suscitato tanto risentimento: che non si può risolvere il problema con la distribuzione di profilattici. Bisogna fare molto di più. Dobbiamo stare vicino alle persone, guidarle, aiutarle, e questo anche prima che si ammalino.
È un dato di fatto che i profilattici sono a disposizione ovunque, chi li vuole li trova subito. Ma solo questo non risolve la questione. Bisogna fare di più. Nel frattempo, proprio anche in ambito secolare si è sviluppata la cosiddetta teoria ABC, sigla che sta per “Abstinence - Be Faithful – Condom” [“Astinenza - Fedeltà – Profilattico”]; laddove il profilattico è considerato soltanto come scappatoia, quando mancano gli altri due elementi. Questo significa che concentrarsi solo sul profilattico vuol dire banalizzare la sessualità e questa banalizzazione rappresenta proprio la pericolosa origine per cui tante e tante persone nella sessualità non vedono più l’espressione del loro amore, ma soltanto una sorta di droga, che si somministrano da sé. Perciò anche la lotta contro la banalizzazione della sessualità è parte del grande sforzo affinché la sessualità venga valutata positivamente e possa esercitare il suo effetto positivo sull’essere umano nella sua totalità.
Vi possono essere singoli casi motivati, ad esempio quando uno che si prostituisce utilizza un profilattico, e questo può essere un primo passo verso una moralizzazione, un primo elemento di responsabilità per sviluppare di nuovo una consapevolezza del fatto che non tutto è permesso e che non si può far tutto ciò che si vuole. Tuttavia, questo non è il modo vero e proprio per affrontare il male dell’HIV Esso, in realtà, deve consistere nell’umanizzazione della sessualità.

Tratto da: Luce del mondo. Il papa, la Chiesa e i segni dei tempi. Una conversazione con Peter Seewald. Libreria Editrice Vaticana, 2010. Pag. 169 - 171


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venerdì 14 settembre 2012

Un tabernacolo di carne


Prima di “essere messo al mondo”, l’uomo è un essere accolto. La sua prima dimora è il ventre di una madre. Per quale cinica prevaricazione è mai possibile trasformare il santuario stesso della vita in una camera mortuaria?

«[…] Dapprima ho vissuto nel ventre di un’ebrea, alta, bionda, bella, che era una militante maoista, e aveva una laurea in inglese. Il mio raccoglimento, lì, fu, malgrado tutto, monastico; la mia posizione, quella di un’adorazione piroettante e perfetta. Venivo portato in giro, di qua e di là, per le strade di Tunisi e i ristoranti di Parigi, ma non abbandonavo il mio eremitaggio vivente, incontrando le persone solo attraverso lo schermo di una mucosa che me le rendeva tutte calorose. È così che ho debuttato nella vita. In un tabernacolo di carne […]
Prima di “essere messo al mondo”, l’uomo è un essere accolto. La sua prima dimora è il ventre di una madre. «Ciò che pertanto i sensi percepiscono di più originario, nella loro trascendenza più essenziale, è l’atto di un amore che mette al riparo e che riscalda» [G. Siewerth, Metataphysique de l’enfance, Parigi 2001, pag.50].
Il calore del seno è indissociabilmente vita e tenerezza. Il piccolo d’uomo vi esperisce un primo rapporto con lo spazio come fiducia.
Prima di essere sistema metrico o tridimensionale, lo spazio è, infatti, innanzitutto affettivo. Prima di essere descritto dalla relatività generale, esso è aperto dalla relazione personale, avvolgente, di Pauline Koch [madre di Albert Einstein] con il piccolo Albert. Cosa avrebbe potuto diventare Einstein se non fosse stato prima di tutto portato in questo universo indecifrabile e carnale? È questa dolcezza amniotica che gli conferì, in seguito, sufficiente sicurezza per procedere senza temere che il suolo cedesse sotto di lui a ogni passo.
Nel recinto materno, non si distinguono essere e amore, spazio e fiducia, nutrimento e abbraccio […]. Il bambino amato attinge tutte le proprie gioie alla fonte di una dedizione e di una clemenza.
Il volto del dono precede la scoperta del proprio volto.
Il biberon preparato per lui, oltre che una bevanda gradevole, è un gesto di dedizione.
Il lettino cambiato per lui, oltre che un atto di igiene, è un abbraccio gratuito.
La sua sensualità è interamente formata dall’offerta.
Il passato di carote è un piatto di carezze.
Il gusto della cioccolata è inseparabile dal sapore di un bacio.
Così, in seguito, egli desidererà l’altro sopra ogni cosa e il piacere sensibile da solo non l’interesserà affatto […].
Questa è la profondità del sesso femminile: il suo ambiente sostiene la nostra presenza nel mondo. La prima volta non ci si ubriaca mai in un bordello. È una certosa nella quale il feto si abbandona fiducioso, perché bagnato di calore trascendente.
Si può capire lo choc di Pasolini nel 1975: «Sono traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché lo considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio. Nei sogni, e nel comportamento quotidiano – cosa comune a tutti gli uomini – io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente» [in “Scritti corsari”].
Per quale cinica prevaricazione è mai possibile trasformare il santuario stesso della vita in una camera mortuaria? Come è possibile immettere i piranha in questa piscina della “felice immersione”? Il regista di Teorema denuncia un’assurdità viscerale.
Ci vorrebbe un’altissima letteratura per suggerirci cosa significhi essere prima casa, nutrimento, cosmo palpitante di un uomo tutt’intero e interamente nuovo. Racine è l’autore di Andromaca, ma l’autore di Racine è, in primo luogo, Jeanne Sconin [sua madre]. E San Gregorio Magno, prima di trovarsi sul soglio di Roma, era Gregorio l’Embrione nel seno di Silvia. Un utero ha avvolto tutti gli eroi della storia. E anche tutti gli imbecilli (me incluso). È questo che lo rende ancora più impressionante. Non ci vuole di tutto per fare un mondo? L’utero lo sa, in ciò più saggio di tutti i sistemi filosofici.»

di Fabrice Hadjadj - “Mistica della carne – La profondità dei sessi”, Edizioni Medusa, 2009, pag. 106-108


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venerdì 7 settembre 2012

L’identità dell’uomo giusto

«Noi riteniamo, infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge». (Gal 2,28)

«[…] Prima dobbiamo chiarire che cosa è questa “Legge” dalla quale siamo liberati e che cosa sono quelle “opere della Legge” che non giustificano.
Già nella comunità di Corinto esisteva l’opinione che sarebbe poi ritornata sistematicamente nella storia; l’opinione consisteva nel ritenere che si trattasse della legge morale e che la libertà cristiana consistesse quindi nella liberazione dall’etica. Così a Corinto circolava la parola “πάντα μοι έξεστιν” (tutto mi è lecito). È ovvio che questa interpretazione è sbagliata: la libertà cristiana non è libertinismo, la liberazione della quale parla san Paolo non è liberazione dal fare il bene.
Ma che cosa significa dunque la Legge dalla quale siamo liberati e che non salva?
Per san Paolo, come per tutti i suoi contemporanei, la parola Legge significava la Torah nella sua totalità, cioè i cinque libri di Mosè. La Torah implicava, nell’interpretazione farisaica, quella studiata e fatta propria da Paolo, un complesso di comportamenti che andava dal nucleo etico fino alle osservanze rituali e cultuali che determinavano sostanzialmente l’identità dell’uomo giusto. Particolarmente la circoncisione, le osservanze circa il cibo puro e generalmente la purezza rituale, le regole circa l’osservanza del sabato, ecc. Comportamenti che appaiono spesso anche nei dibattiti tra Gesù e i suoi contemporanei. Tutte queste osservanze che esprimono una identità sociale, culturale e religiosa erano divenute singolarmente importanti al tempo della cultura ellenistica, cominciando dal III secolo a.C. Questa cultura, che era diventata la cultura universale di allora, ed era una cultura apparentemente razionale, una cultura politeista, apparentemente tollerante, costituiva una pressione forte verso l’uniformità culturale e minacciava così l’identità di Israele, che era politicamente costretto ad entrare in questa identità comune della cultura ellenistica con conseguente

sabato 1 settembre 2012

La vittima più illustre del dialogo

“Bisogna guardare più a ciò che ci unisce che non a ciò che ci divide”.

«Questa sentenza – oggi molto ripetuta e apprezzata, quasi come la regola aurea del “dialogo” – ci viene dall’epoca giovannea (Beato Papa Giovanni XXIII) e ce ne trasmette l’atmosfera.
È un principio comportamentale di evidente assennatezza, che va tenuto presente quando si tratta di semplice convivenza e di decisioni da prendere nella spicciola quotidianità.
Ma diventa assurdo e disastroso nelle sue conseguenze, se lo si applica nei grandi temi dell’esistenza e particolarmente nella problematica religiosa.
È opportuno, per esempio, che si usi di questo aforisma per salvaguardare i rapporti di buon vicinato in un condominio o la rapida efficienza di un consiglio comunale.
Ma guai se ce ne lasciamo ispirare nella testimonianza evangelica di fronte al mondo, nel nostro impegno ecumenico, nelle discussioni coi non credenti. In virtù di questo principio, Cristo potrebbe diventare la prima e più illustre vittima del dialogo con le religioni non cristiane. Il Signore Gesù ha detto di sé, ma è una delle sue parole che siamo inclini a censurare: “Io sono venuto a portare la divisione” (Luca 12,51).
Nelle questioni che contano la regola non può essere che questa: noi dobbiamo guardare soprattutto a ciò che è decisivo, sostanziale, vero, ci divida o non ci divida».

Giacomo Biffi. Memorie e digressioni di un italiano cardinale. Edizioni Cantagalli, Siena, 2007.

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venerdì 22 giugno 2012

Si ritrasse nella solitudine, mentre Dio era comunione

«Egli (Adamo) ha voluto divenire uguale a Dio. Spero che non abbiate mai visto in questo il peccato di Adamo… Non l’aveva forse invitato a questo Dio stesso?
Solo che Adamo si è ingannato quanto al modello. Pensò che Dio fosse un essere indipendente, autonomo, autosufficiente; e per divenire come lui, si è ribellato, commettendo una disobbedienza.
Ma allorché Dio si rivelò, allorché Dio volle mostrare chi veramente era, si manifestò come amore, tenerezza, effusione di se stesso, infinito compiacersi in un altro. Simpatia, dipendenza.
Dio si mostrò obbediente, obbediente sino alla morte.
Credendo di diventare Dio, Adamo si allontanò totalmente da lui. Si ritrasse nella solitudine, mentre Dio era comunione».

Louis Evely

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venerdì 15 giugno 2012

Sommamente bello

Un’arte che rinuncia a servire il bello, cessa anche di essere un’arte.

«San Tommaso d’Aquino parla di estetica, anche se non ha scritto un trattato su questo tema. Ha una considerazione molto profonda del pulchrum, del bello. Tanto è vero che gli scolastici giustamente dicono che il pulchrum è un trascendentale, una perfezione che conviene all’ente. Ogni ente, in quanto ente è bello, e Dio, che è il sommo ente, è sommamente bello. Questo è un aspetto che la teologia moderna riesce ancora ad intravedere. Comunque questo è un aspetto dell’essere di Dio, Dio è anche sommamente bello. San Tommaso in questo si riallaccia al platonismo, sgancia la bellezza dalla materialità, belle sono non solo le cose materiali, opere d’arte o cose del genere, bello è l’essere, l’essere, in quanto essere, è bello.
Però che cosa fa sì che l’essere sia bello? È la bontà, quindi il pulchrum è un aspetto del bene, però è una bontà particolare, la bontà della verità, un certo splendore della verità. Una convenienza della verità al soggetto, che la conosce.
San Tommaso dice che noi in ammirazione davanti ad un’opera d’arte, ammiriamo non tanto il rappresentato, ma il modo della rappresentazione. Cioè il rappresentato può essere anche qualche cosa di brutto, di violento, di distorto, però la rappresentazione deve essere bella, cioè deve piacere.
Veramente qui faccio la mia confessione agostiniana. […] Un’arte, miei cari, un’arte che rinuncia a servire il bello, cessa anche di essere un’arte e non ci sono scuse di sorta. Ogni tanto sento dire: “L’arte moderna è così brutta (non si può fare a meno di riconoscerlo), ma ha il diritto di essere brutta perché l’uomo moderno è tormentato”. Ebbene, non c’è tormento che possa in qualche modo spiegare questa abdicazione al servizio del bello. L’artista deve sempre sentirsi al servizio del bello. Certe aberrazioni sono offensive, l’arte ha una certa affinità con la religione, profanare il bello è come profanare il sacro, una cosa spaventosa in sostanza. Generalmente quando crolla una cultura, crollano tutte le idee platoniche, crolla questa triade: il bene, il vero, il bello.
In tutti tre gli ambiti c’è una specie di crisi; sia rispetto al vero: il soggettivismo; sia rispetto al bene: il relativismo; sia rispetto al bello: il culto della bruttura. Lo vedete da per tutto. San Tommaso invece è convinto che è lecito rappresentare cose brutte, ma se le rappresento e sono un artista onesto, devo farlo in maniera bella, piacevole, con una grande dignità.
Così si dice: “Io sono tormentato, quindi per offendere il prossimo, gli piazzo lì un oggetto orrendo”. Certi musei di arte moderna ostentano oggetti veramente sgradevoli sotto ogni aspetto, alla vista, all’olfatto… non mi dilungo, che cose orrende! In ogni modo questo non è legittimato dal fatto che uno soffra, che è tormentato dentro.
L’arte, ogni arte, è obbligata rispetto alla bellezza. Può essere tormentata, spesso la poesia nasce dalla sofferenza, non c’è nessun poeta che non abbia sofferto, però è necessario che abbia questa dignità. È questione di una certa nobiltà spirituale, questo non perdere le staffe, in sostanza. Soffrire con dignità, quindi anche le cose più tormentate esprimerle con stile, San Tommaso ci tiene a questo aspetto».

(Padre Tomas Josef M. Tyn – O.P. – Omelie su San Tommaso d’Aquino)


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sabato 9 giugno 2012

Bisogna dialogare sempre con tutti

Il dialogo è la sostanza della leggendaria vicenda di don Camillo e Peppone. Cosa fare quando ciò che ci contrappone è motivato dall’amore per la verità e la giustizia?

«Vorrei aggiungere un’ultima riflessione sul “dialogo”: un tema vivissimo in questi decenni, tanto che sembra essere percepito dall’odierna cristianità quasi come un dogma di fede.

Ma non è un dogma di fede. Piuttosto è un’ovvietà: è evidente che bisogna dialogare sempre con tutti, se si vuole evangelizzare efficacemente.

Quelli di Guareschi sono senza dubbio personaggi “preconciliari”; ma nessuno potrebbe affermare che non ci sia dialogo tra don Camillo e Peppone. Il dialogo è la sostanza stessa della loro leggendaria vicenda. Ogni giorno essi si incontrano, si confrontano, misurano con straordinaria libertà di spirito le loro rispettive convinzioni.

Ma don Camillo – che non solo è un irriducibile annunciatore del Vangelo ma anche un leale e appassionato rappresentante della Chiesa – non si sogna neppure di pensare che per dialogare efficacemente dobbiamo, come oggi si sente dire, “guardare a ciò che ci unisce e non a quello che ci divide” (e in questo il suo sindaco onesto e battagliero concorda con lui). 

Egli sembra sicuro (e Peppone con lui) che sia vero il contrario, almeno quando ciò che ci differenzia e ci contrappone non è motivato e connotato dal capriccio e dal puntiglio, ma dall’amore per la verità e la giustizia. Diversamente non ci sarebbe più nemmeno dialogo autentico, umanamente e pastoralmente proficuo; ci sarebbe solo una cortese chiacchiera da salotto.

Appunto per questo bisogna anche dire che il dialogo come è tratteggiato da Guareschi appare evangelicamente giusto e fruttuoso. La salvezza dei fratelli non verrà dalla capacità degli uomini di Chiesa di schivare con mondana eleganza ciò che può inquietare e pungere una pace delle coscienze obiettivamente infondata e non generata dalla verità; potrà venire solo da una limpida e coraggiosa testimonianza resa, per amore del prossimo, alla luce salvifica di Dio.»

Giacomo Biffi. “Pinocchio, Peppone, l’Anticristo e altre divagazioni” – Cantagalli 2005 – Pagg. 95-96.